Ieri sera c’era la presentazione del protocollo a Genova (stasera sarà a Chiavari) ed è emerso il solito argomento fantasma della mindfulness: quanto lavoro a casa c’è da fare? Come sono i compiti a casa?

Su questo vorrei raccontarvi una breve storia. Quando facevo il liceo marinavo regolarmente la scuola perché andavo in biblioteca a studiare. Non era una pazzia: avevo trovato un argomento che mi piaceva molto e mi dispiaceva perdere tempo a scuola. Così facevo i compiti a casa e studiavo con regolarità ma un giorno alla settimana lo dedicavo al mio studio personale, quello diretto dalla mia motivazione, dal mio interesse e dalla mia curiosità, e andavo alla Biblioteca Forteguerri a studiare. Siccome ero in seconda liceo i miei genitori ricevettero una lettera dalla scuola per le mie assenze ripetute: avevo omesso di informarli della cosa. Mi presi il mio rimprovero e continuai a farlo: solo più furbescamente. Cambiavo giorno, non saltando così sempre le stesse materie, diradavo le assenze e i miei voti tacitavano qualunque sospetto. Da un certo punto di vista ero disobbediente. Dall’altro punto di vista obbedivo ai miei bisogni e alle mie curiosità intellettuali. Non lo dicevo che andavo in biblioteca perché non ero matta fino a quel punto, però era così.

Quelle ore dedicate a ciò che mi appassionava studiare sono state la mia vera scuola ma non sarebbe esistita quella scuola informale e autogestita se non avessi avuto anche l’altra, quella formale, in classe. Lì ho imparato che l’amore per le cose che facciamo è quello che dirige veramente l’apprendimento. Nella mia famiglia attuale tutti meditiamo: nessuno ha mai chiesto di farlo. È stato l’amore che ognuno di noi aveva per la pratica che ci ha reso fedeli. Nella meditazione, nella mindfulness, non ci sono compiti: c’è l’amore per sé stessi. Quella amichevolezza nei nostri confronti che la pratica ci regala ogni giorno, in ogni respiro. I compiti sono un’altra cosa: sono doveri. Quelli che facciamo con la mindfulness sono un retto sforzo che pone le fondamenta a tutto il resto. Ci vuole la scuola formale ma poi quando sorge la scuola informale – quella retta dall’amore per la consapevolezza di sé – nasce anche il vero apprendimento. E qualsiasi problema di tempo passa in secondo piano. Così la vera domanda che dovremmo farci non è “quanto tempo per i compiti a casa” ma “quanto mi voglio bene”? Quanta attenzione, gentilezza, consapevolezza sono disponibile a dedicarmi? Ecco questa è la vera domanda: la risposta potrebbe sorprenderti.

Per ottenere il silenzio non dovete cacciare via tutti gli uccelli perché fanno troppo rumore. Per stare tranquilli non dovete fermare il movimento dell’aria o il ruscello che scorre. Se li accettate, sarete consapevoli del silenzio. Accettateli semplicemente come parte dello stabilirsi del silenzio. Il rumore che fanno gli uccelli è una cosa, il proprio concetto di rumore è un’altra. E quando possiamo relazionarci col primo elemento, il rumore degli uccelli diventa semplicemente silenzio udibile. Chögyam Trungpa

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro

© Nicoletta Cinotti 2020 Il protocollo MBSR online

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