Quando facciamo qualcosa con sforzo – che sia uno sforzo fisico o uno sforzo emotivo – il movimento non è integrato. Riguarda una parte di noi. Se facciamo un sforzo muscolare riguarda l’area di coinvolgimento primario, quella parte del corpo che si attiva, per esempio per sollevare un  peso. Se riguarda uno sforzo di volontà, è relativo alla parte di noi che desidera quella cosa.

È la fatica che ci fa credere che siamo dentro lo sforzo con tutti noi stessi. In realtà ci siamo dentro in maniera parziale e, un’altra parte di noi, non collabora affatto. Oppure ci siamo dentro brevemente e poi, esausti dalla fatica, dobbiamo interromperci.

Questa confusione tra sforzo e fatica confonde la qualità dell’impegno: siccome facciamo molta fatica crediamo che ci stiamo impegnando molto. Invece facciamo tanta fatica perchè ci costringiamo a farlo. E, se stiamo attenti,  ci renderemo conto che un’altra parte di noi non collabora affatto.

Anzi, a volte rema decisamente contro, raddoppiando così la nostra fatica. Dobbiamo incominciare a diffidare di tutto quello che facciamo con molto sforzo e molta fatica. Non è questa la direzione di crescita, la direzione verso la quale vorremmo davvero andare.

Abbiamo bisogno di essere coinvolti, non di essere stremati. Di essere presenti, non di essere pressati. Nel coinvolgimento – per quanto intenso – c’è sempre una qualità di agio perchè quell’impegno parla della nostra passione. E la passione cammina allegramente a braccetto con la fatica, rendendo lieve il procedere.

Ci dimentichiamo troppo spesso che la base per una vita gioiosa è il piacere che sentiamo nel corpo. Senza questa sensazione fisica di vitalità la nostra esistenza diventa una mera sopravvivenza in cui la minaccia della tragedia è sempre presente. Alexander Lowen

Pratica del giorno: Grounding

© Nicoletta Cinotti 2017 Imparare a lasciar andare: Un percorso terapeutico verso l’accettazione radicale.

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