Abbiamo molta più fiducia nei nostri pensieri che nelle nostre emozioni. È per questo che, molto spesso, le nostre emozioni vengono giustificate con dei ragionamenti che sono solo apparentemente logici. Eppure, proprio perché hanno questa trama emotiva nascosta, hanno moltissimo impatto. Dirigono il nostro comportamento: possono dirigere la nostra mente in direzioni sbagliate.

Un buon esempio di ragionamento emotivo può essere la generalizzazione. Abbiamo avuto un attacco di panico in autostrada e decidiamo di non andare più in autostrada. Come se il problema fosse l’autostrada e non il panico. Oppure è stato commesso un reato e, per estensione, tutte le persone che hanno caratteristiche simili – di professione, razza, sesso, convinzioni religiose – a chi ha commesso quel reato diventano pericolose.

Molto spesso i ragionamenti emotivi si intrecciano formando una storia fatta di omissioni o travisamenti della realtà. Non è insolito che una generalizzazione sia stata preceduta da una minimizzazione. Una realtà che ci fa paura viene prima minimizzata – non è nulla, è solo un po’ di stanchezza, ho lavorato tanto – e poi generalizzata – tutte le volte che faccio quell’azione sto male – senza però andare a verificare la realtà dei fatti. Ossia, in questo esempio, andare dal medico.

Dei ragionamenti emotivi fanno parte anche le paranoie – quelle paure ingiustificate che ci fanno attribuire responsabilità a persone non coinvolte – che alimentano dubbi e sospetti. Paranoie che spesso copriamo con una serie di ragionamenti falsamente logici. Come fare per uscire dalla trappola del ragionamento emotivo? La prima risposta, brillante e incisiva, viene da una giornalista: trasporta il ragionamento in un altro contesto e guarda se funziona. Molto spesso la sua assurdità risulta evidente. Trisha Hall prende spunto dai tweet di Nafisa Rawji sul consenso sessuale.  “Se mi chiedessi $5 e fossi troppo ubriaca per risponderti, non andrebbe bene se tu prendessi comunque $5 dal mio portafoglio (perché non ero in grado di risponderti)”. Oppure “Se ti presto $5 questo non dà al tuo amico il diritto di prendere $5 dal mio portafoglio”. O anche “Il fatto che una volta ti abbia prestato $5 non significa che debba prestarteli anche in futuro”.

Il secondo modo è cercare l’emozione che si nasconde dietro quel ragionamento perché l’emozione può spiegare la vera ragione di quelle giustificazioni. Infine se questi ragionamenti emotivi ti vengono fatti per convincerti di qualcosa, domandati se la persona che te li fa può avere un secondo fine, una motivazione personale nel farli.

Se i ragionamenti emotivi vengono usati da persone che detengono una forma di potere sono doppiamente pericolosi perché hanno una probabilità maggiore di essere incisivi. Riassumendo: generalizzare fa male. Sembra che ci metta al sicuro e, in realtà, ci espone ad una percezione del pericolo ingigantita. Usare i ragionamenti emotivi per convincere è una forma di manipolazione che vedo avvenire fin troppo spesso. Non si protegge la vittima di una manipolazione, manipolando gli altri per convincere che tutto ciò che viene fatto ha un vizio sostanziale. Conoscere il proprio panorama mentale ci dà una grande possibilità di scelta. Ci permette di valutare se seguire una scelta etica o manipolare la verità sulla base dei propri ragionamenti.

Alle persone non piace ammettere di avere sbagliato. È un meccanismo di difesa. È spaventoso credere in qualcosa che è falso. Così risolviamo il problema aggrappandoci alle nostre credenze e ingorando i fatti. Trish Hall

Pratica di mindfulness: Il panorama della mente

© Nicoletta Cinotti 2019 Vulnerabili guerrieri

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