Riflettevo ieri sulla differenza tra due parole: cambiamento e innovazione. Il cambiamento fa pensare che accada qualcosa di diverso. L’innovazione che facciamo diversamente qualche cosa di abituale. A volte ci affezioniamo talmente tanto al modo con cui facciamo le cose che sembra impossibile farle in un modo diverso. È più facile fare qualcosa di totalmente diverso che fare in maniera diversa le stesse cose. Eppure il punto del cambiamento versus innovazione è radicale. Nel cambiamento si butta via qualcosa. Nell’innovazione si trasforma qualcosa. Sia cambiamento che innovazione si pongono la stessa domanda: amo la vita che ho?

Perché se la voglio cambiare è come se vivessi dicendo che non amo una parte della mia vita e dal non-amore nascono molti guai. Se la voglio ristrutturare, rinnovare dico che sono consapevole che, malgrado i limiti, ci sono tante cose buone e che basta metterci qualcosa in più, qualcosa che si chiama cura.

II cambiamento è wabi-sabi – come dicono i giapponesi – ha una bellezza che sta nel mutare – che lo vogliamo o no è parte della nostra vita. A volte significa crescere. Da un certo momento della vita in poi hai la sensazione che possa significare anche de-crescere. Ecco perchè ci chiede innovazione. Ci chiede innovazione per trovare il modo di crescere anche nella de-crescita. Per essere flessibili dentro a sfide che sono alte. Il limite della lotta lo vediamo proprio di fronte alle cose che hanno più valore. La lotta non garantisce amore, significato, presenza, libertà dall’ansia, appagamento per come siamo, incluse le nostre imperfezioni. Perché queste cose non si realizzano grazie alla volontà ma grazie all’apertura. Per ottenerle abbiamo bisogno di arrenderci, di lasciar andare la resistenza alla vita che abbiamo. Di amare la vita che abbiamo.

Al cuore di tutto rimane la stessa domanda: posso amare la vita che ho considerando che ombra e luce sono due facce della stessa medaglia? Che pieno e vuoto sono come le due parti di una stessa conchiglia? Posso considerare l’imperfezione come il nucleo da cui nasce la mia perla?

Lo sforzo nasce dal desiderio di andare volontariamente verso un fine preciso. Ma la lotta è una spinta originata dalla paura. In definitiva, dalla paura di non farcela, di non sopravvivere, non solo come forma fisica ma come sé psicologico. La lotta rafforza l’identità dell’ego. È uno dei modi in cui l’ego rafforza la sua esistenza. Roger Housden 

Pratica del giorno: Addolcire, confortarsi, aprire

© Nicoletta Cinotti 2019 Vulnerabili guerrieri: il coraggio nella pratica di mindfulness

Photo by Kelly Sikkema on Unsplash

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