Non so se ti è mai capitato di sentire qualcuno dire che evitava di affermare la sua idea perché amava “il buon per la pace“. Mio padre era un campione internazionale di buon per la pace. Evitava accuratamente di dire, fare, forse addirittura pensare cose che potessero far scoppiare un conflitto con l’inevitabile conseguenza di far esplodere mia madre con frequenza regolare. Come i battiti del cuore. Sapevo che, dopo un po’ di buon per la pace, sarebbe esplosa la guerra. Mi è capitato, negli anni, di osservare la stessa situazione in molte coppie. Uno dei due tace, per la pace, come si suol dire. E, invece, il rapporto si sviluppa in modo tutt’altro che pacifico. Soprattutto nessuno dei due è contento perché, quella pace, è a caro prezzo. Il prezzo di chi tace e subisce è altissimo e destinato a frustrazione. Anche chi esplode però paga un prezzo perchè le sue esplosioni gli sottraggono proprio quello che desidera di più: intimità.

L’idea che l’intimità si possa raggiungere attraverso la pace è dannosa. Tanto dannosa quanto lo sono le illusioni. La pace è la conseguenza, casomai, e non il mezzo per arrivare all’intimità. Se pensiamo di poter essere intimi perchè non litighiamo, non ci scontriamo, non apriamo argomenti consideriamo l’intimità alla stregua di una ricompensa. Peraltro da guadagnare a condizione di rinunciare ad una parte di spontaneità.

L’intimità è un processo autentico che si realizza attraversando insieme il conflitto, l’auto-rivelazione, l’asimmetria, la verità. Se pensiamo che si possa essere intimi solo con chi ci dà ragione abbiamo una visione piuttosto restrittiva, e molto selettiva, dell’intimità. Eppure molte relazioni si fermano qui: nel punto in cui ci sarebbe da cominciare a dire la verità. Correndo il rischio di esporsi coltiviamo quello che desideriamo di più: essere intimi con le persone della nostra vita.

La stessa cosa succede con la pratica di mindfulness: la usiamo per calmarci e consideriamo l’agitazione con la quale, a volte, entriamo in contatto, come un errore o come il segnale che non fa per noi. La pratica di mindfulness non è un sedativo (di sedativi però ce ne sono molti in giro e molto più efficaci!) è una cartina di tornasole che ci mette di fronte alla nostra verità. Abbiamo la testa piena di pensieri? Ci mette di fronte a questa verità! Siamo ansiosi e non riusciamo a stare fermi? Ecco svelato dopo 5 minuti! Abbiamo paura di cose assurde? Le vediamo comparire in fila indiana come tanti soldatini. Questo non significa che la pratica non fa per noi: significa che sta facendo proprio quello che dovrebbe fare: ci mette di fronte al punto in cui siamo. Che poi è l’unico punto che abbiamo bisogno di conoscere per sapere dove andare. Proprio come faremmo con qualsiasi mappa per orientarsi: la prima cosa è capire dove siamo.

La buona comunicazione è spesso mal interpretata come se il vostro partner vi dovesse percepire nel modo in cui volete essere visto e compreso. “Non comunichiamo” è il codice che sta per “Rifiuto di accettare questo messaggio – mandamene uno diverso! David Schnarch

Pratica del giorno: La classe del mattino

© Nicoletta Cinotti 2020 Il protocollo MBSR online

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