L’ansia torna spesso nei miei giorni. Torna con la promessa di essere un cappello che mi ripara. Invece è solo un’illusione di sicurezza. Mi fa credere che se rispondo subito, se faccio subito qualcosa, sarò al sicuro, in un fantomatico luogo immune da ogni rischio.

È facile che la paura di trasformi in ansia e che insieme convincano a rinunciare ma soprattutto, convincano a non provare con la scusa che “sappiamo già”. L’ansia sta di casa nel corpo, lo scuote, lo fa tremare, imbizzarrire come un cavallo che non vuole essere sellato. Oppure ci fa intorpidire, come se tutto il mondo fosse ovattato. In fondo l’ansia è contraria alla messa a fuoco: o ingigantisce o rimpicciolisce ma la proporzione non fa per lei e nemmeno l’immobilità.

È l’ansia l’antagonista numero uno del Body scan, quella pratica così semplice e così difficile. Cosa c’è di più semplice che stare fermi (e quante volte lo desidero) eppure se stiamo fermi con attenzione al corpo diventa difficile il body scan perché impietoso: mostra senza veli quello che sentiamo e quello che non sentiamo. È soprattutto quello che non sentiamo che ci fa paura. Una paura senza appello, senza guscio, senza storia. Abbiamo paura e basta come se il significato di quello che non è immediatamente compreso, di quello che non controlliamo fosse un gorgo che trascina verso tutte quelle cose che nella nostra vita non hanno senso alcuno.

Quante cose ci sono che non hanno senso o non hanno più il senso originario e son rimaste lì per la colla dell’abitudine? Quante sono, dimmi? mi chiede impassibile l’ansia. E io rispondo alla conta sapendo che è lista fatta di piccole e grandi cose da cui a volte mi sembra che l’unico scampo sia la fuga. Cerco scampo dalla perdita di senso che rivela le imprese perdute, fallite, amate inutilmente.Ma l’unico scampo è saltarci dentro e fare come l’autunno. Lasciar andare e continuare ad amare. Sapendo che dietro di me vecchie cose perderanno senso e nuove cose acquisteranno lo spazio lasciato vuoto per un respiro appena.

La conoscenza di sé implica capire che il sé che vogliamo conoscere sta per scomparire. Ciò che possiamo comprendere è il modo con cui occupiamo questa frontiera tra conosciuto e ignoto e il modo con cui sosteniamo la conversazione con la vita e l’aspetto che assume in quel confine. David Whyte

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del corpo

© Nicoletta Cinotti Il protocollo MBSR

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