Il cielo, in agosto, mi sembra sempre più grande. Forse perché passo più tempo sdraiata a guardarlo. Sull’erba o sulla spiaggia, di giorno e anche di notte. Guardare il cielo è la radice della parola contemplare. Il cielo infatti era il templum che veniva esplorato per comprendere il futuro. Templum non era un edificio, come si potrebbe pensare, ma quell’area di cielo che gli auruspici guardavano per fare le loro profezie. Con-templare così era  guardare il cielo e mettere insieme le cose del mondo e quelle celesti. Anzi era credere che quelle celesti dirigessero quelle terrene.

Contemplare quindi significa mettere insieme due mondi e, in effetti, ogni volta che ci mettiamo in una posizione contemplativa cerchiamo proprio di mettere insieme istanze diverse, ragioni diverse. Di unire anziché dividere. A volte è facile chiudere, scegliere una posizione ma, nella sua facilità, è limitante. È quando riusciamo nel difficile compito di unire che troviamo il modo di ampliare il panorama della vita.

Questo è vero sempre, tanto più nelle relazioni, dove la via d’uscita apparentemente più semplice sembra essere quella di chiudere, interrompere il dialogo, rompere la relazione. Anziché trasformarla, farla crescere, imparare dalla difficoltà, scegliamo la via breve. Mettiamo un punto. Che nell’immediato solleva dal conflitto e nel lungo periodo fa emergere un tipo particolare di solitudine: quella che nasce dal silenzio delle relazioni interrotte. È una solitudine che fa eco perché ci ricorda non tanto quanto gli altri erano cattivi ma quanto noi siamo stati incapaci di portare avanti quella partita, di giocarla anche se perdevamo, anche se era dolorosa.

Ieri sera ho vinto per la prima volta una partita a dama con mio marito: ho capito una cosa importante. Perdevo perché mi mettevo in una posizione di arroccamento che bloccava le mie pedine. Ecco l‘arroccamento relazionale è un modo per chiudere: ci soffoca in una posizione ultra-difensiva e ci illude di metterci al sicuro. In realtà costruisce un altro tipo di sconfitta e un altro tipo di solitudine.

II silenzio, in questo senso non è solo una qualità dell’ambiente, ma, primariamente, un atteggiamento interiore, un atteggiamento di ascolto. È un regalo che ognuno di noi è tenuto a dare agli altri: il dono del silenzio, il dono dell’ascolto. Per ricevere, in cambio, lo stesso regalo. David Steindl-Rast

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro, la pratica dell’ascolto

© Nicoletta Cinotti 2018 La cura del silenzio short edition

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