Per molto tempo non ho mai pensato al coraggio. Ho sempre pensato, invece alla paura. Paura del buio da bambina, paura a muovermi da sola la sera da ragazza, paura a viaggiare da sola, da donna. Poi ad un certo punto ho cominciato a fare dentro di me uno strano gioco. Quando avevo paura mi dicevo che potevo fare quello che mi spaventava stando seduta accanto alla mia paura. Mi immaginavo fisicamente una accanto all’altra: la me paurosa e l’altra me, quella che faceva  quello che la spaventava andando oltre la paura. Non davo un nome a quest’altra parte di me, però la chiamavo a raccolta ogni volta che avevo paura.

Un podcast coraggioso

Poi, un paio d’anni fa ho ascoltato un podcast di una top manager italiana che vive e lavora in Francia. Da sola. Dopo anni di solitudine decide di prendersi un cane al canile, per avere qualcuno di cui occuparsi fuori dal suo ambiente lavorativo. Purtroppo il cane si rivela, ben presto, molto aggressivo con gli estranei e qualche volta molto aggressivo anche con lei. Essere stati abbandonati, si sa, non migliora l’umore nemmeno negli animali. Gli amici le suggeriscono di riportarlo al canile ma lei non se la sente di abbandonarlo, forse si identifica in quel cane solitario e aggressivo. Decide di rivolgersi ad un addestratore. Il primo addestratore le suggerisce addirittura di far sopprimere il cane che ritiene essere troppo aggressivo e pericoloso per lei stessa. Ma lei non demorde e si rivolge ad un altro addestratore: funziona. Il cane, gradualmente, esce dalla sua paura e inizia a diventare domestico con lei e dignitoso con gli altri cani e le altre persone. Nel frattempo, lei ha capito che non poteva lasciarlo tutto il giorno solo. Inizialmente torna a casa a metà mattina e a metà pomeriggio e poi, quando il cane è più tranquillo inizia a portarlo con sé in tutte le occasioni in cui questo è possibile. Il cane le sta seduto accanto e rimane tranquillo anche quando molte persone entrano improvvisamente (per lui che non può controllare l’agenda, tutto è improvviso!) nel suo ufficio. Capisce che il suo cane le ha insegnato una lezione importante: non scappare da quello che ti fa paura. È questo il primo ingrediente del coraggio? Credo di sì

La paura di fallire

Nei lunghi mesi dell’addestramento capisce che in parte il suo coraggio viene dal rifiuto di fallire. Riportarlo al canile sarebbe stato ammettere un fallimento e lei non è abituata a fallire. Ma non è la determinazione l’elemento che le permette di continuare (e nemmeno la grinta) è la fiducia che saprà affrontare le difficoltà. Una fiducia che le deriva dal resto della sua vita. E una consapevolezza: la sua paura più grande è fallire. In particolare è andare a pezzi se fallisce in qualcosa. Non possiamo certo dire che sia una paura solo sua. Così conosce un altro paio di ingredienti del coraggio: guardare in faccia quello che ti fa paura e dargli nome, senza giustificazioni alla paura ma con quella onestà diretta che viene dalla consapevolezza. A questo ingrediente aggiunge la fiducia che la spinge a provare, non perché è certa che andrà bene ma perché ha fiducia che saprà recuperare gli errori di percorso. E imparare: non esiste fiducia se non siamo convinti di poter imparare. Non di sapere già ma di non sapere ancora e di poter crescere imparando.

Condividere

Visto che è una persona determinata decide di fare un passo successivo e una volta al mese apre un seminario in cui invita le persone a raccontare i loro fallimenti. Le loro storie di fallimento non diventano così vergogne da nascondere ma esperienze da condividere per imparare. Si accorge subito di quante persone come lei hanno la stessa paura: fallire. Si rende subito conto che, condividere il senso di fallimento, scioglie la vergogna e rende consapevoli che abbiamo tutti le stesse paure. Che non siamo soli in quella paura, come crediamo di essere quando siamo avvolti nell’umiliazione, nella vergogna e nel senso di fallimento. Affronta così altri due aspetti: accorgersi che essere soli è diverso dall’essere isolati e che non basta riconoscere le proprie paure, accanto al coraggio di imparare è necessario avere il coraggio di riconoscere la nostra comune umanità.

I sette fattori di risveglio o illuminazione

Da questa storia è nata l’idea che il coraggio sia qualcosa che tutti noi abbiamo bisogno di transitare. È uno dei sette fattori di risveglio, che possono essere considerati appunto come raggi di luce che conducono alla loro fonte primaria.

Il primo fattore dell’illuminazione è la consapevolezza, o presenza mentale. Non è che l’atteggiamento inverso rispetto a quello abituale, un vedere opposto al non vedere, una ‘conversione’ indispensabile alla qualità della nostra vita.

Il secondo fattore dell’illuminazione è l’energia, a volte definita proprio, in alcune traduzioni, come coraggio, virja. Ecco perché ritengo il lavoro corporeo essenziale: ci aiuta a togliere quelle aree di contrazione cronica che ci sottraggono energia. L’energia, liberata dalla tensione, sostiene la consapevolezza e si rinforzano a vicenda. Tutto questo implica il coraggio di osservare la propria sofferenza, di fare luce negli angoli bui della vita, per quanto questo ci possa spaventare. È solo conoscendo che possiamo sciogliere la paura del buio. Ed è solo essendo curiosi che non ci accontentiamo troppo superficialmente di quello che comprendiamo

Il terzo fattore è l’indagine, quell’inquiring che viene percorso nel dialogo durante i protocolli e che possiamo poi trasformare nella nostra quest, il viaggio di esplorazione spirituale che appartiene ad ogni esistenza. Nella esplorazione interiore che nasce dalla consapevolezza, coltiviamo la saggezza che ci permette di avanzare nel nostro percorso di crescita. È il passaggio alla pratica che fa sì che non sia sufficiente capire ma sia necessario che comprensione ed esperienza procedano abbracciati.
A volte le più grandi verità vengono apprese proprio dove più fitte sono le tenebre, dove ci si dischiude alle pene e alle paure più profonde. Jack Kornfield, Joseph Goldstein

Un altro fattore di risveglio è la gioia. Un elemento sottovalutato perché, esagerando, pensiamo che incontrare il dolore significhi rimanerci inzuppati dentro. Non è così. L’invito è questo: non indugiare nelle sensazioni, da una parte, e non fuggirle, dall’altra. La gioia è quella meravigliosa leggerezza del cuore che proviamo quando abbiamo superato l’ostacolo. Quando, come si dice, abbiamo “buttato il cuore oltre l’ostacolo”: tutti noi conosciamo e riconosciamo quella leggerezza quando arriva nella nostra vita perché la rende lieve.

Concentrazione, calma ed equanimità sono gli altri tre fattori di risveglio e insieme ci offrono la possibilità di riposarsi nella situazione in cui ci troviamo. La pace è ciò di cui abbiamo bisogno solo che la cerchiamo in modi, paradossalmente agitati. La confondiamo con la sicurezza economica e ci agitiamo per raggiungerla. la confondiamo con il non pensare a niente e con la distrazione mentre invece la troviamo quando prendiamo rifugio in noi stessi e non nella distrazione offerta dal mondo esterno. La calma è sia il risultato che il mezzo per arrivare alla concentrazione e all’equanimità. A volte la trovo percorrendo le strade della poesia che ancorano la mente attraverso le parole

“Quando c’è la gioia, allora siamo pronti a scoprire nuove cose, ma se abbiamo già deciso che la vita è sofferenza, non saremo più in grado di osservare”Jack Kornfield, Joseph Goldstein

Non vorrei farla troppo lunga, come al solito, ma da quell’esperienza nacque l’idea di raccogliere storie di coraggio. Ti riporto qui tre brani di tre persone diverse e ti faccio un invito, vieni a scrivere storie di coraggio il 29 Ottobre: è una pratica gratuita e se invece vuoi entrare più in profondità dal 20 al 23 ottobre ci sarà un laboratorio su Mindfulness ed emozioni e lavoreremo proprio per andare oltre la paura e gettare il cuore oltre l’ostacolo!

Le storie raccolte

Una storia di coraggio nuova nuova La mia storia di coraggio è nuova nuova. Non è da molto tempo infatti che ho iniziato a sentirmi e a vedermi coraggiosa. Mica tanto eh, appena un po’. E mica sempre, ogni tanto. La prima cosa che mi viene da dire è che ho iniziato ad essere coraggiosa quando ho incominciato a fare le cose che non so fare o che mi sembra di non saper fare. Invece di fare quello che ho sempre fatto, ovvero rimandare, aspettare, girarci intorno, quando c’è qualcosa che mi si presenta e che mi fa paura e che mi dico che non sarò mai abbastanza brava per farlo, adesso lo faccio. E che sollievo. 1) non so se ce la faccio a preparare l’esame di certificazione di livello avanzato di francese con poche ore di lezione, lavorando e faticando a ritagliarmi il tempo, lo faccio: passato. 2) non so se ce la faccio ad affrontare un viaggio in auto da sola di cinquecento chilometri (ho una paura fottuta, ho la tremarella, proprio non so se ce la faccio): fatto. E rifatto. E rifatto. 3) non so se sono in grado di fare l’editing di questo romanzo, non l’ho mai fatto e non sono una editor. Non so come mi sono guadagnata la fiducia di questa persona e di sicuro ero più tranquilla a fare il lavoro che facevo prima, che non mi richiedeva fantasia, creatività. Lo faccio: sta andando bene. 4) non so se sono in grado di dare lezioni di italiano, di metodologia, non so perchè questa persona mi sta dando fiducia, non l’ho mai fatto, credo di avere anche qualche lacuna grammaticale, non so mica se sono in grado di insegnare: lo faccio. Un giorno (circa meno di un anno fa) durante una seduta con la mia psicoterapeuta, mi sono seduta, l’ho guradata dritta negli occhi (e per me non è scontato) e le prime parole che ho detto sono state: non mi sento una persona coraggiosa. Ecco, mi sembra che circa in quel momento ho preso consapevolezza del mio coraggio. Era la prima volta nella vita che mi davo il permesso di sentire la debolezza, la paura, il tremore, l’incapacità, l’inadeguattezza. Mi sono fatta tanta tenerezza da sola, senza bisogno che la mia psicoterapeuta dicesse nulla (e qui si potrebbe scrivere un trattato su quante cose ho imparato dai miei psicoterapeuti senza che loro dicessero nulla, ma proprio nulla, è magnifico!).
Il coraggio all’incontrario

Oggi quando credo di dovere essere molto coraggiosa e di dovere fare le cose da sola, quando il peso del mondo comincia a gravare troppo sul nervo della cervicale, allora sto imparando a fermarmi e a chiedere aiuto, a darmi il permesso di sbagliare, ad avere paura, a dirmi, anche, che ho paura e che va bene così, che bisogna avere paura e che non succede niente ad avere paura, mentre, a volte, succede tutto quando siamo coraggiosi, troppo coraggiosi. A volte è proprio quando pensiamo di essere forti, coraggiosi e soli che ci facciamo tanto male. Un bambino questo non lo può sapere, è per questo che a un certo punto si diventa grandi: per imparare ad avere paura.

Stanca ma coraggiosa.

Sono stanca ma coraggiosa quando continuo a spiegare ai medici la mia storia, quando in farmacia nessuno ha sentito parlare di questa sindrome. Sono triste ma coraggiosa quando gli amici che non sanno non capiscono perché mi stanco così in fretta, perché al cinema devo stare seduta esterna per alzarmi ogni tanto, perché non posso fare camminate troppo lunghe. Sono felice e coraggiosa quando i pochi amici che sanno rispettano le mie esigenze, i miei tempi a volte lenti, non si arrabbiano se dico che sono stanca e devo tornare a casa. Sono coraggiosa ogni volta che d’improvviso sto male, un dolore difficile da spiegare, che è sempre presente come una scossa elettrica, e allora posso solo stare sdraiata senza premere il mio nervo alterato. Sono coraggiosa tutti i giorni in cui vado a lavorare alzandomi presto e con fatica, ma felice di continuare a insegnare, di stare in mezzo ai miei studenti che mi danno vita. Sono coraggiosa e non sono la sola, ci sono tante altre persone coraggio che portano avanti la loro lotta silenziosa ogni giorno, e questo mi fa sentire meno sola – e più forte.

© Nicoletta Cinotti 2022

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