Seguo Ilaria Capua con spirito interessato da tempo. Sicuramente da quando decise, nel 2006, di rendere pubblico il genoma dell’influenza aviaria. Una scelta controcorrente che la rese, oltre che un membro della comunità scientifica internazionale, un personaggio pubblico. La scelta di rendere open source la scienza era, in quel momento, controcorrente. Eppure, come spiegherà più volte in molti dei suoi interventi – perché, come dice sua madre, Ilaria Capua è diventata virale – è una scelta inevitabile e fondamentale se vogliamo davvero che la scienza sia al servizio della comunità umana. Solo avendo una logica condivisa – nella raccolta, tracciamento, utilizzo dei dati – possiamo fare scelte non nazionalistiche nell’affrontare le decisioni di cura dell’ambiente umano e naturale. Perché te ne parlo qui, in una Newsletter che si occupa, prevalentemente, di psicologia e di mindfulness? Perché l’ultimo libro di Ilaria Capua – Il dopo – è un invito ad uscire dal pilota automatico della normalità. Un invito che mi sembra necessario raccogliere perché è lucido, incisivo e ben argomentato (anche se un po’ idealistico).

Il pilota automatico e la normalità

La nostra attenzione è una capacità limitata. Possiamo essere persone più o meno dotate di  attenzione ma comunque, prima o poi, saturiamo la nostra capacità e in quel momento perdiamo informazioni. Non solo: tutte le informazioni che raccogliamo arrivano alla memoria operativa che è come un imbuto. Usa molte meno informazioni di quelle che abbiamo raccolto: solo quelle che ritiene più importanti. È un sistema di funzionamento saggio perché abbiamo bisogno di molte informazioni per scegliere bene ma poi dobbiamo selezionarle per passare all’azione. Funzioniamo così in molte cose, o, almeno, dovremmo funzionare così in situazioni diverse se la nostra mente non è coartata verso un pensiero rigido.

Ma come funziona la memoria operativa? Funziona attraverso mappe mentali che si spera siano il flessibili e, di default, attraverso il pilota automatico, ossia un modo di agire che segue schemi ben consolidati. In teoria dovremmo poter passare – alla bisogna – dal pilota automatico all’attenzione selettiva. Troppo pilota automatico toglie sapore e presenza; troppa attenzione selettiva ci rende più lenti e meno produttivi. Il punto è che consideriamo il pilota automatico sinonimo di normalità. Quindi quando ci sentiamo al sicuro usiamo il pilota automatico e, nello stesso tempo, identifichiamo la sicurezza con la possibilità di procedere automaticamente. Con il COVID non abbiamo potuto farlo: siamo stati costretti a rompere gli schemi. La domanda è spontanea: siamo sicuri di voler tornare alla normalità precedente?

Mappe mentali

Dovremmo vivere la vita da poeti e conoscerla da scienziati. Jon Kabat-Zinn

Quando mai è successo che una mole così rilevante di dati e informazioni scientifiche siano state oggetto di attenzione generalizzata? Forse è la prima volta nella storia dell’umanità che la scienza riveste un interesse così ampio (malgrado le fake news)nella popolazione. Forse è la prima volta che ci domandiamo, in maniera così condivisa, se non sia davvero necessario cambiare direzione. Per la prima volta non è più solo un tema da ambientalisti o da radical chic. Abbiamo capito che nella nostra normalità c’è una anormalità. Visto che il COVID ci ha fatto uscire dal funzionamento mentale consueto non sarebbe opportuno vedere – in piccolo e in grande – cosa possiamo fare di diverso?
In piccolo possiamo aver scoperto che lavorare da casa è possibile (purtroppo non per tutti) e che, quindi, tanti dei nostri spostamenti – con un costo ecologico rilevante – potrebbero essere superflui. Potremmo anche aver scoperto una diversa politica di consumi e una diversa qualità di relazione. Per tanti genitori è stato difficile gestire il tempo con i figli ma per molti di loro è stato sorprendente scoprire quante cose dei loro bambini si perdevano tra nonni, palestre e baby sitter. Siamo sicuri che l’obiettivo centrale sia che tutto torni come prima? Potrà tornare tutto come prima anche a livello di macro-sistema? Forse no e non sarebbe nemmeno auspicabile. Siamo sicuri che tante trasferte non siano giustamente sostituibili dal virtuale e che lo smart working sia solo una soluzione temporanea? Master Covid ha costretto ad un cambiamento di molte filiere produttive, razionalizzando la tipologia di prodotti in commercio: non potrebbe essere stata una “mano santa”?

Mappe mentali, lavoro e pensiero coartato

Che cos’è il pensiero coartato? È un pensiero che non riesce ad utilizzare che una ristretta quantità di informazioni, sempre le solite. Informazioni che sono selezionate sulla base dell’umore dominante e sulla base di uno schema di personalità prevalente. Fortunatamente però le esperienze ci cambiano. La nostra psiche è storica sia nel senso che è frutto della nostra storia di vita sia nel senso che le esperienze che viviamo possono continuare a farci cambiare e crescere, se lo permettiamo. Per permetterlo abbiamo bisogno di scegliere se e quando attivare il pilota automatico e abbiamo bisogno di valutare con più attenzione la mappa mentale che usiamo per comprendere il mondo che ci circonda. Le mappe mentali – rappresentazioni grafiche del pensiero teorizzate dal cognitivista inglese Tony Buzan – non sono solo schemi utili per studenti, per prendere appunti in modo creativo ma ci permettono di comprendere in che modo entriamo in relazione con la conoscenza. Le mappe mentali sono in rapporto con le mappe concettuali. Le prime sono modi creativi e personali che stimolano le capacità associative dell’emisfero destro. Le mappe concettuali sono invece orientate alla conoscenza, alla formazione e alla risoluzione di problemi. L’interazione tra le nostre mappe mentali e le nostre mappe concettuali costituisce la nostra architettura dell’informazione. Che ne diresti di fare una mappa mentale dell’esperienza COVID e di vedere in che modo è entrata in relazione con la tua mappa concettuale (ossia con le informazioni scientifiche che hai raccolto)?

Clustering e scrittura

Per fare una mappa mentale del COVID iniziamo da una parola chiave della nostra quarantena (la parola potrebbe anche essere quarantena) e, associativamente, iniziamo a costruire una mappa di connessioni (Clustering), ramificazioni esplorando in modo personale come è stata l’esperienza per noi. Anziché metterla in forma lineare – come avviene in un racconto – la mettiamo in forma spaziale, come accade, per l’appunto in una mappa. Questo è uno degli esercizi base che propongo in Scrivere la mente. Perché il pilota automatico ama le linee e io cerco di aprire all’associazione e alla circolarità!

L’immagine sottostante è un esempio di mappa ma potrebbero esserci molte mappe diverse. Accanto a questa mappatura potremmo fare una mappa concettuale delle informazioni che abbiamo raccolto rispetto al Covid. Io userò la mappatura concettuale proposta da Ilaria Capua ma, ovviamente, anche la mappa concettuale è personale e utilizza sistemi personali di conoscenza legati alla nostra formazione e alla modalità di apprendimento

La mappa mentale di Ilaria Capua

Ilaria Capua usa esplicitamente la parola mappa mentale anche se credo che l’uso che ne fa sia più riferito alla mappa concettuale – come il virus ci ha costretto a cambiare il nostro modo di imparare dall’organizzazione ambientale, economica e scientifica – piuttosto che una sua personale mappa mentale.

Parte dalla biodiversità: più la preserviamo e la rispettiamo più siamo protetti rispetto al fenomeno dello spillover ossia al salto che i virus possono fare tra un ospite – animale – e un altro ospite, umano. Nessuno si aspettava che la minaccia epidemica arrivasse da un coronavirus perché, a differenza del virus influenzale, è più fragile. Ma è anche un abile dissimulatore per cui, prima di capire che cosa stava succedendo si era già diffuso ampiamente in tutto il mondo grazie alla nostra velocità di spostamento. Quando abbiamo cominciato a parlare di caso zero o caso uno eravamo già pieni di portatori asintomatici o con pochi sintomi. Portatori che hanno attaccato la popolazione più fragile perché questo virus peggiora le condizioni di malattia pre-esistenti. Colpisce di più chi ha altre patologie, chi ha più di 70 anni (mortalità massima tra le persone di 79 anni) e meno le donne: colpisce il 65% degli uomini.

Ecco riassunti questi elementi in una mappa concettuale.

Detto questo che cosa potremmo imparare di valido per il dopo? E qui viene il bello con una serie di considerazioni evidence based che sarebbe magnifico se venissero applicate (ma hanno lo sguardo molto ampio). Forse più ampio della nostra cultura attuale. Intanto muoversi in modo da coltivare una visione circolare della salute, che consideri la nostra salute parte integrante della salute dell’ambiente animale e vegetale. Discriminare fortemente gli spostamenti veloci sulla base di una effettiva necessità. Costruire una scienza open source e una codifica condivisa e non nazionale delle situazioni di emergenza sanitaria. Utile una modalità di raccolta dati più uniforme sia a livello diagnostico che a livello clinico. Dare la precedenza allo smart working e alle “rose quadrate”. Chi sono le rose quadrate? Le rose quadrate sono le donne che risultano meno aggredibili dal virus e con una minore gravità dei sintomi. Sarebbe opportuno che rientrassero loro per prima in ambito lavorativo così come sarebbe opportuno che le loro competenze professionali – che per molti versi sono ritenute più alte di quelle maschili – venissero valorizzate in modo più paritario, per “proteggere gli uomini” che, in questa pandemia, si sono rivelate più fragili. Infine lasciare che la scienza ci illustri scelte preventive e aiuti a prepararci alle prossime pandemie con strategie condivise. Capite perché definisco la mappa concettuale di Ilaria Capua bellissima e ideale insieme. Vedremo cosa ci permetterà di fare la realtà.

Se metto insieme la mia mappa mentale con la sua mappa concettuale – in realtà la sua mappa concettuale e la mia si assomigliano molto – scopro che ci sono dei cambiamenti che voglio fare nel mio modo di lavorare. Ho rivalutato tantissimo lo smart working e la psicoterapia online. Così come le opportunità di pratica offerte dal virtuale. Non sono stata solo io a farlo. Alcune aziende continuano a privilegiare lo smart working e suggeriscono di continuare a farlo più a lungo possibile. Non per tutti è possibile ma se permettessimo alle persone di scegliere, anche in base alla loro propensione individuale, non avremmo le difficoltà di segmentazione e organizzazione della ripresa lavorativa che stiamo incontrando adesso. Il ritorno alla normalità non coincide con la fine dei focolai infettivi. Ce ne sono ancora in giro e questo deve renderci responsabili delle scelte che facciamo: per proteggere gli altri dobbiamo proteggere noi e viceversa.

Che cosa resta

Restano da fare molte cose: la prima è non tornare ad inserire il pilota automatico. La responsabilità richiede presenza e attenzione: forse questo ci farà produrre meno ma meglio.

La seconda è un cambiamento in cui la scienza impari a parlare alle persone. Questo è stato il grande tentativo degli ultimi mesi. Gli ospiti non erano solo giornalisti, politici o personaggi dello spettacolo. Erano anche scienziati che cercavano di spiegare in parole semplici cose complesse per le quali hanno studiato tutta la vita. È fondamentale: la scienza deve diventare davvero open source non solo per la comunicazione dei dati all’interno della comunità scientifica internazionale ma anche e, soprattutto, per la capacità di passare informazioni chiare e comprensibili a tutti. La quarantena ha dimostrato che, se capiamo il pericolo, sappiamo essere responsabili. Lo siamo stati. Continuiamo così e voi scienziati iniziate a parlare in modo comprensibile: quando siete comprensibili attirate l’attenzione e costruite una comunità di persone responsabili!

 

Siamo diventati scienziati per passione, per curiosità, perché volevamo trovare le risposte alle nostre domande. Perchè non potevamo fare  a meno di sapere cosa si nasconde nell’infinitamente piccolo, oppure perché subivamo il fascino dei misteri dell’infinitamente grande. La scienza è dialogo, confronto, costruzione. È narrazione: è la dorsale della storia dell’umanità. Ilaria Capua

© Nicoletta Cinotti 2020

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