Ricordo molto bene il giorno in cui è nato mio fratello. Primo maschio dopo molti anni in cui nella nostra grande famiglia nascevano solo femmine. Quel giorno – in modo non tanto diverso dalla bambina di cui parlavo ieri – ho pensato che c’era poco da ridere. L’ho solo pensato però perché avevo 8 anni, ero abbastanza consapevole del fatto che facevo meglio a tenermelo per me per non guastare la festa. Un paio di mesi dopo ero fuori a passeggio con i miei genitori e mio fratello in carrozzina e una vicina, fermandosi ad ammirare il bambinello – i maschi vengono guardati tutti come se fossero bambinelli nella grotta di Betlemme – chiese se ero gelosa. I miei genitori risposero che no, non lo ero assolutamente. Una volta che la vicina si allontanò li guardai esterrefatta e gli chiesi come avevano fatto a non accorgersi che, invece, ero molto gelosa. Tanto gelosa che, a volte, avevo la sensazione che un cane mi mordesse dentro.

Loro risero della mia ingenuità e mi dissero che se ne erano accorti ma che volevano proteggermi di fronte alla vicina. Compresi una volta di più che faccenda complicata sia parlare – e ancora di più parlare delle emozioni – compresi un’altra sfumatura di quello che si può dire e non dire, e scoprì, in flagranza di reato, che anche i genitori dicono delle bugie (in genere le dicono “a fin di bene” ma fanno lo stesso parecchia confusione). Insomma la verità e le bugie spesso sono due facce della stessa medaglia, ci sono cose vere che si possono negare, anzi che si può affermare il contrario della verità per protezione. Compresi quel giorno che si può parlare manipolando la verità per qualche ragione. Alcuni la chiamano diplomazia. Io l’ho capita ma non l’ho mai veramente imparata. Ancora oggi faccio molta fatica ad omettere la verità, anche in quelle conversazioni in cui potrei permettermi di “glissare” non riesco a farlo. Mi è rimasta quella necessità, forse un po’ infantile, di dire la verità. In quei due mesi tra la nascita di mio fratello e l’incontro con la vicina che chiedeva notizie sul mio stato emotivo ai miei genitori come se io non fossi presente, lì, a guardarla con gli occhi spalancati e un colpo al cuore (il primo infarto della mia vita) sono successe due cose. Ho pensato che ci sono emozioni che “…non dovremmo provare” perché non possono essere dette e che tutte le cose che non possono essere dette sono, in qualche modo, “sbagliate”. La seconda cosa è stata che lì è nato il mio femminismo. Un femminismo senza proteste di piazza ma fatto di azioni che dimostrassero il mio valore. Non ho mai capito le proteste delle femministe e nemmeno le rivendicazioni: troppe parole. Mi è sempre sembrato che devono essere i fatti a parlare: l’indipendenza economica prima di tutto, il coraggio, la creatività, la determinazione. La capacità di guardare negli occhi un uomo senza sentirsi in obbligo di piegare la testa di lato ed essere seduttive. Guardarsi negli occhi, frontali.

Oggi capisco però che il mio femminismo silenzioso è un modo per affermare una verità: anche le bambine meritano di essere guardate come il bambinello di Betlemme. Anche noi siamo il Salvatore, anche noi portiamo la speranza e la possibilità di cambiare il mondo. E lo facciamo senza tanto clamore tutti i giorni e, in più, facendo finta che non sia un problema se un maschio ci sorpassa ingiustamente: tanto sappiamo che sulla lunga distanza vinciamo noi. L’unica cosa è che non sappiamo quanto deve essere lunga questa distanza…

Pratica del giorno: La classe del mattino

© Nicoletta Cinotti 2020 Reparenting ourselves

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