C’è una storia (che racconta Emmanuel Carrère in Yoga) che mi piace tantissimo. È la storia di un ladro che entra come uomo delle pulizie in un monastero perché vuole rubare il tesoro che, dicono, è contenuto nel Monastero. Per dieci anni pulisce anche i più nascosti anfratti tanto che l’abate del monastero, per premiare il suo zelo, gli propone di entrare come novizio.
Lui accetta, sperando così di avere accesso a luoghi finora sconosciuti. Per altri dieci anni porta avanti la sua pratica e la sua ricerca del tesoro, senza trovarlo.

Rimane nel monastero e dopo altri dieci anni è diventato un santo, premiato dal suo zelo e dalla pratica. Ha capito che il tesoro è proprio il suo stare nel Monastero, che è il cuore, e che lo zelo nel ripulirlo, anche se all’inizio non aveva motivazioni nobili, l’ha infine condotto ad un buon risultato.

Questa storia mi ricorda che spesso ci avviciniamo alla pratica e alla ricerca spirituale con intenzioni non così nobili. Vorremmo trovare la pace e la felicità in modo rapido e un po’ truffaldino ma, alla fine, se persistiamo nella nostra ricerca, possiamo ottenere proprio qualcosa di prezioso e non atteso: la pace è il vero tesoro che conduce ad una felicità duratura.

Cerchiamo una scorciatoia ma se, nel cercarla, rendiamo stabile il nostro impegno, alla fine la nostra ricerca può venir premiata e trasformarsi in un risultato non atteso perché non sperato. Il ladro non si aspettava certo di diventare santo. Voleva solo diventare ricco ma quando è diventato santo si è accorto di aver ottenuto anche la ricchezza.
Noi iniziamo a praticare per trovare una rapida soluzione. Tanto rapida che persino 8 settimane ci sembrano troppo lunghe ma se, proprio perché insoddisfatti, continuiamo a praticare, potremmo arrivare alla ricchezza più grande e nemmeno desiderata tanto la consideravamo grande: una felicità che va al di là delle circostanze esterne.

Mi secca mostrarmi così poco indulgente con l’adolescente e il ventenne che sono stato. Vorrei amarlo, riconciliarmi con lui, ma non ci riesco. Mi sembra di poter dire che ero terrorizzato: dalla vita, dagli altri, da me stesso – e che l’unico modo per impedire al terrore di ridurmi alla paralisi totale fosse ripiegarmi su me stesso in un atteggiamento ironico e disincantato, e considerare ogni tipo di entusiasmo o impegno con il ghigno del tipo a cui non la si fa, uno che sa come va il mondo senza essere mai andato da nessuna parte. Emmanuel Carrère

Pratica di mindfulness: Famiglie interiori

© Nicoletta Cinotti 2022 Reparenting ourselves: Ritiro di bioenergetica e mindfulness

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