Se c’è una cosa relativa al mio futuro che mi sono sempre chiesta è se avrei avuto dei figli. Più che domande riguardanti il lavoro, l’amore, la durata stessa della vita o quanto sarei potuta essere felice, questa domanda, e il suo mistero, è sempre stata quella prioritaria.

Potevo immaginare le altre vicende ma non come poteva essere dare alla luce un figlio. Avrei voluto saperlo non tanto per immaginare che madre sarei stata quanto perché lasciare questo tema nell’incertezza diventava una sorta di distrazione.

È stata questa distrazione, come lo stesso fatto di essere una madre, che io volevo avere sotto controllo. Lo guardavo come una specie di minaccia, una forma di disabilità che mi avrebbe reso diversa. Una donna deve, di fatto, vivere con la prospettiva di un figlio: alcune lo temono, altre lo desiderano, altre riescono a dare l’impressione di non averci mai pensato. E sembrano convincenti.

La mia strategia è stato negarlo e così sono arrivata alla maternità impreparata e scioccata, inconsapevole delle conseguenze che questa nascita avrebbe comportato ma con l’impressione, forte e chiara, che il mio viaggio, così casuale e così determinato da forze più grandi di me , era tale che io stessa avrei a malapena potuto dire che avevo scelto qualcosa. @Rachel Cusk

©www.nicolettacinotti.net per la rubrica “Addomesticare pensieri selvatici”

 

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