Per alcuni autori i ragazzi cefalalgici si presentano nell’ambiente come buoni, accondiscendenti, educati, cooperativi con gli altri e invece sono ansiosi, cambiano facilmente umore, si arrabbiano, ma inibiscono gli impulsi aggressivi e le fantasie.

Ritenuti incapaci e fragili dalla famiglia, non osano esprimere il loro senso di inadeguatezza e rabbia per paura di perdere l’amore e mantengono uno stato di dipendenza, saturo di ambivalenza.

In altri casi la cefalea può apparire come un sintomo di conversione isterica o di malattia psicosomatica in rapporto al fenomeno  che esprime una grande carica pulsionale ed ha quindi il valore di messaggio linguistico.

Per alcuni la cefalea potrebbe essere la malattia professionale dello scolaro dove la difficoltà allo studio si esprime spesso come difficoltà a concentrarsi e a pensare, manifestazione psicosomatica dell’inibizione intellettiva.

Spesso c’è una estrema dipendenza ed ambivalenza nei confronti della madre, con una forte inibizione delle cariche aggressive che vengono deviate per via somatica.

Alcuni sostengono che sono caratterizzati da una forte personalità di tipo coatto, ambiziosi perfezionisti ma alcuni soggetti presentano inibizione intellettiva con conseguenti difficoltà scolastiche e di apprendimento.

La cefalea può anche rappresentare un mezzo per evitare l’impegno scolastico, ritenuto troppo gravoso e ingenerante ansia:la cefalea rappresenta allora il dolore mentale concretamente vissuto là dove il bambino colloca il pensiero, simbolizzando  il luogo dove manifesta il dolore psichico che viene così spostato e neutralizzato.

Nella prima infanzia e nell’età di latenza la cefalea rappresenta un sintomo somatico con un significato di comunicazione, mentre nell’età prepubere e pubere assume prevalentemente il significato di crisi ed è indice di una modalità di funzionamento mentale più regressivo e più tipico di età precedenti.

Esistono tratti molto comuni di sensibilità psicosomatica.

Questo viene confermato da quegli studi che hanno trovato in questi ragazzi fin dai primi anni di vita la presenza di disturbi a prevalente partenza psicosomatica:iperreattività neonatale,alterazioni del ritmo veglia/sonno, le coliche gassose, i vomiti ciclici, i dolori addominali, le chinetosi, le febbri ricorrenti.

Indagine psicologica

Un versante da non trascurare semmai da privilegiare è quello psicologico. Gli stressors sono i rapporti familiari, i rapporti con il mondo scolastico e sociale.

In alcuni casi la cefalea si può ridurre all’unico disperato mezzo di comunicazione, in altri può nascondere il timore di fallire nel confronto di aspettative familiari eccessive.

Non valutando le dinamiche interpersonali rischiamo un fallimento dell’intervento diagnostico; il ragazzo cefalalgico viene condotto presso un centro specialistico quando la sua cefalea disturba l’equilibrio del nucleo familiare e non quando lui chiede aiuto per superare il problema.

Questo porta quindi ad una iniziale diffidenza del ragazzo nei confronti degli operatori sanitari vissuti da lui come ulteriori figure parentali da cui inizialmente bisogna difendersi.

I vari colloqui col ragazzo serviranno a vincere la sua naturale difesa e permetteranno di valutare il problema dal suo punto di vista e di eliminare le sovrastrutture che i genitori potrebbero aver inserito nel problema cefalea.

Soprattutto ci permetteranno di valutare le aspettative del ragazzo, la risonanza che la cefalea ha nella sua vita ed il suo bisogno di aiuto, e quanto questa abbia modificato le sue caratteristiche psicologiche ed i suoi rapporti con il mondo.

Nella maggioranza dei casi uno dei genitori è affetto anch’esso da cefalea, la madre lo è al 60%, in questo caso vi è una tendenza all’identificazione da parte del ragazzo, ed è importante valutare come il genitore vive la sua cefalea nell’ambito del nucleo familiare.

La cefalea del figlio potrebbe essere uno strumento di evitamento dei conflitti familiari, il triangolo perverso in cui le tensioni latenti familiari si riverserebbero sul ragazzo che con il suo sintomo mantiene l’equilibrio del nucleo familiare; spesso in questa evenienza la scomparsa del sintomo mette in crisi tutta la famiglia con lo scoppio di tensioni interpersonali.

TERAPIE

  • osservazione e auto-osservazione (diario del sintomo e delle circostanze in cui si presenta)
  • procedure cognitive
  • BioFeedBack,ipnosi,rilassamento progressivo,mindfulness
  • psicoterapia del nucleo familiare

CASO CLINICO DI EMICRANIA

il mal di testaMaria ha 45 anni soffre di emicrania dall’età di 19 anni. Felicemente sposata senza figli, a suo dire tutto va bene e non ci sono fattori stressanti nella sua vita.

Lavora con il marito libero professionista occupandosi dell’amministrazione e della segreteria dell’ufficio.

E’ figlia unica,i suoi genitori sono vivi e abitano molto lontano da lei.

La sua emicrania si manifesta solo il week end e per questo non può mai allontanarsi da casa: passa il we a casa e quando il tempo lo permette si occupa di giardinaggio.

Tutte le terapie non hanno avuto alcun effetto, sia quelle tradizionali che quelle alternative.

Viene per provare l’ipnosi come ultima spiaggia.

Dalla storia che racconta è evidente che la sua emicrania ha avuto inizio in un periodo preciso della sua vita, che Maria riferisce come molto tranquillo anzi felice,quando viveva con i genitori proprio nella casa dove abita adesso.

Come primo approccio le viene insegnata l’autoipnosi per controllare il dolore durante le crisi di emicrania.

Con opportune tecniche di ipnosi regressiva si arriva ad esaminare il periodo in cui ha iniziato a manifestarsi l’emicrania:dopo alcune sedute Maria ricorda che aveva un bellissimo e affettuosissimo cane lupo,che le era stato regalato da uno zio. Ma il cane faceva molti danni in giardino:un giorno tornando da scuola non lo ha più trovato e i genitori le hanno detto che era fuggito.

Maria non ci crede e indaga, viene a scoprire che la madre lo ha portato in un’altra città e lo ha fatto sopprimere: Maria da allora cova una rabbia tremenda e nello stesso tempo si sente impotente.

Fugge di casa, interrompe gli studi e lavora. Si sposa e a 19 anni torna: i genitori andati in pensione, le lasciano la casa e vanno ad abitare altrove.

Maria non ricorda nulla dell’accaduto e nessuno ne parla ma da quando torna ad abitare in quella casa ha tremende emicranie che le impediscono di allontanarsi; durante il we rimane e se possibile mette in ordine il giardino.

Con l’ipnosi regressiva ricorda la notizia della morte del cane, l’evento traumatico viene processato con EMDR, tecnica usata per sciogliere i ricordi traumatici non risolti e quindi elabora i suoi sintomi, l’emicrania come manifestazione di rabbia a lungo repressa verso i genitori, che inizia quando ritorna sul “luogo del delitto”.

L’emicrania nello stesso tempo le impedisce di pensare e di ricordare un evento  molto doloroso e anche di rendersi conto della rabbia impotente che sente verso i genitori.

Il sintomo  le impedisce di allontanarsi da casa, e solo per curare il giardino dove teneva il suo cane adorato.

Dopo il trattamento con ipnosi e EMDR Maria accusa un dolore psichico profondo che sostituisce il dolore di testa,il dolore psichico può essere affrontato con consapevolezza e superato con un percorso di psicoterapia per cui Maria riesce ad affrontare il lutto e la rabbia per quanto è successo. Le emicranie diminuiscono di intensità e sono sensibili all’agopuntura e alla omeopatia.

© Luisa Merati 2015

Foto di ©Loris Rizzi, ©cacciaramarri

 

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