Ieri sera sono arrivata al protocollo con il mood giusto: mi sentivo impreparata, non avevo ripassato abbastanza, non avevo fatto tutto quello che avrei voluto fare. Insomma il mio mood da perfezionista in grande spolvero. In più avevo le calze pesanti mentre tutti erano vestiti leggeri (io ho sempre le calze pesanti: passo dalla gamba nuda alla calza pesante in un attimo: non ho ancora imparato le mezze misure. Anzi se qualcuno avesse un manuale sulle mezze misure ne sarei grata!!). Una persona mi aveva telefonato piangendo, un’altra mi aveva chiesto se facevo qualcosa al sud, un’altra se lo facevo a Bologna, un’altra se lavoravo anche a domicilio. Oppure se La bellezza delle parole sarebbe stata replicata anche in altre città. Ognuna di loro aveva ragione a chiedere quella informazione ma io, che già mi sentivo imprestata alla situazione e incapace, affondavo sotto ogni richiesta come un Titanic. Non era la sindrome dell’impostore: era peggio. Non so ancora che nome dargli. Forse era la sindrome del perfezionista che si aspetta il crollo. Il nome è lungo ma rende l’idea. In più diffido per lunga abitudine, del successo. Quando le cose vanno bene perdo la dritta della barca. Nel mare tempestoso sono un’ottimo capitano: nel mare calmo finisco in secca come una pivella.

Così inizio il protocollo. Facciamo una lunga sessione di pratica – diverse pratiche una di seguito all’altra – che aprono lentamente la porta del cuore. Quando arriviamo alla sessione di condivisione siamo tutti un po’ più aperti, un po’ più spettinati. Abbiamo lasciato le nostre armature nello spogliatoio. Qualcuno ha anche lasciato la sua età all’attaccapanni. Io sono lì, nel mio giorno da debuttante, tenera e curiosa di incontrare quelle persone. Come per miracolo le condivisioni aprono tante porte con una generosità senza riserve. Sembrava di essere in Toscana invece che a Genova. Alla fine eravamo un gruppo di fratelli che hanno appena festeggiato una promozione. Eravamo tutti più sollevati: tutti promossi. La promozione è la possibilità di aprirsi, timidamente, alla compassione per le proprie difficoltà. Si affacciavano alla porta per salutarmi, con quel gesto familiare che si fa a casa: spunta la testa ma intravedi il cuore.

Poi è successo che una porta di quelle che si era aperta all’improvviso, è stata più grande del solito. Ho capito che non potevo lasciare quella persona per chiudere la porta dello studio. Dovevamo andare via insieme. Così abbiamo fatto. Ci siamo incamminate verso casa, a piedi, insieme. Qualche lacrima, qualche sguardo, una abbraccio lungo e silenzioso sotto la porta di casa. Lei forse pensa che io l’ho curata. Non sa, invece, quanto lei ha curato me.

Non andare a cercare fiori fuori dalla tua casa.
Amico, non stancarti uscendo fuori in cerca di qualcosa
I fiori sono dentro di te.
Un fiore con mille petali
Che è un luogo in cui sederti
Allora, quando ti siederai su quel fiore
potrai, con uno sguardo, vedere la bellezza dentro, la bellezza fuori
prima di ogni giardino e dopo ogni giardino. Kabir

Pratica del giorno: Self compassion breathing

© Nicoletta Cinotti 2019 Il protocollo MBSR

Photo by Frances Gunn on Unsplash

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