Siamo spesso stressati perché abbiamo molte preoccupazioni e, a volte, lo stress stesso diventa un pensiero, perché suscita la preoccupazione che possa portarci a qualche malattia psicosomatica. Raramente però pensiamo all’effetto che lo stress può aver sul tipo di pensieri che abbiamo. Kristin Neff e Cristhopher Germer lo hanno fatto e hanno messo a fuoco una correlazione molto convincente tra lo stress e la modalità con cui affrontiamo le nostre difficoltà. Potremmo dire che, invece che guardare a monte, alle cause dello stress, ci hanno aiutato a guardare a valle, a come l’essere stressati condiziona il nostro modo di entrare in relazione con l’esperienza.

Siamo brevi sullo stress!

Tutti sappiamo cos’è lo stress e quindi non voglio annoiarti con troppe ripetizioni. Possiamo partire da una considerazione basilare: lo stress è vissuto come una minaccia e quindi attiva il nostro sistema difensivo. Un sistema difensivo che è nato per rispondere a stress concreti, reali e che noi, visto il cambiamento che ha subito la nostra vita negli ultimi secoli, adattiamo allo stress legato alla perdita di immagine, di status, di posizione sociale ed economica.

Le tre modalità base di reazione allo stress sono attacco, fuga e congelamento. E fin qui niente di nuovo. Un evento supera la nostra finestra di tolleranza emotiva e noi rispondiamo con una di queste tre modalità: spesso ne abbiamo una prevalente.

Come cambiano i pensieri se siamo sotto stress: biasimo e autocritica

Ci sono degli indicatori psicofisici che possono permetterci di rilevare il fatto che le difese sono attive: se ci sentiamo irrequieti, torpidi o bloccati è molto possibile che la nostra risposta difensiva sia attivata, anche se non abbiamo nulla di specifico a cui dare la responsabilità della situazione. Quando attiviamo il sistema difensivo di attacco diventiamo irrequieti e i nostri pensieri vanno nella direzione della critica: nostra o altrui. Se la tendenza che abbiamo è quella di non esprimere aggressività questa critica diventerà autocritica. Se, invece, siamo abituati a spostare il problema all’esterno diventerà biasimo. In ogni caso ci troveremo la testa “invasa” da pensieri che vanno tra questi due estremi: biasimo e autocritica. Spesso biasimo e autocritica nascondono lo stesso timore: la paura di venir rifiutati.

Come cambiano i pensieri se siamo sotto stress: sono sola e isolata

Se, invece, il sistema prevalente di risposta allo stress attiva la fuga, metteremo in piedi una serie di evitamenti esperenziali. Eviteremo di iniziare qualcosa, eviteremo di incontrare qualcuno, di concludere un lavoro. Lasceremo in sospeso ma, nello stesso tempo, accanto al torpore, inizieremo a sentirci isolati, a pensare che siamo esclusi dal gruppo. Che il nostro senso di appartenenza è precario, che rimaniamo antipatici per qualcuna delle nostre caratteristiche. Avremo pensieri che giustificano – e alimentano – il nostro bisogno di fuggire. Creando il paradosso di sentirsi isolati e, nello stesso tempo, isolarsi.

Come cambiano i pensieri se siamo sotto stress: rimuginare

Il congelamento è ritenuto essere la risposta difensiva più profonda: quella che mettiamo in essere quando il pericolo è maggiore. È anche la risposta che abbiamo quando non sappiamo come muoverci, divisi tra sentimenti opposti. È legato alla rimuginazione, al rimanere sempre sugli stessi temi. Ad una sorta di ristagno energetico e mentale, che non ci permette di andare oltre alle solite circostanze.

Produce un congelamento perché ci fa credere che, se troveremo la soluzione, saremo salvi. Ma moltissime cose non hanno soluzione e, in più, la nostra mente funziona per contrapposizione.

Gli opposti della mente

La nostra mente conosce per contrapposizione. Conosciamo la luce attraverso il buio; la fame attraverso la sazietà; il coraggio attraverso la paura. E viceversa. Qualsiasi esperienza è definita anche dal suo opposto, come dichiara magnificamente Emily Dickinson in questa poesia.

L’acqua è insegnata dalla sete.
La terra, dagli oceani attraversati.
La gioia, dal dolore.
La pace, dai racconti di battaglia.
L’amore, da un’impronta nella memoria.
Gli uccelli, dalla neve. Emily Dickinson

Ma cosa c’entra questo con lo stress? La relazione tra queste due cose c’è ed è forte: se l’amore è conosciuto dalla mancanza di amore, la pace attraverso la guerra e così via questo significa che siamo sempre consapevoli della mancanza di qualcosa – desiderato o indesiderato che sia – nel momento in cui abbiamo il suo opposto e, se siamo sotto stress, la consapevolezza di questa “possibilità tragica” diventa quasi un elemento di certezza dal quale è necessario proteggersi. Quindi più siamo stressati, più il nostro pensiero si sposta sul piano del cercare una soluzione. Anche a cose che non hanno soluzione ma che abbiamo solo la possibilità di accettare e accogliere perché sono già nello scenario della nostra vita.

Il sistema di accudimento

Quando siamo stressati – e ce ne accorgiamo – la risposta è semplice: dobbiamo accudirci, confortarci per abbassare il livello di attivazione del nostro sistema difensivo. Ognuno di noi ha modi diversi per farlo. Per me può essere camminare all’aria aperta o bere qualcosa di caldo. Per qualcun altro può essere sdraiarsi sul divano. Per altri ancora telefonare ad un amico. Non importa quello che scegliamo: importa che cogliamo questi segnali e che mettiamo da parte la nostra intelligenza risolutrice, per attivare, invece la nostra capacità di consolazione. potremmo scoprire che siamo bravi a trovare soluzioni e incapaci di confortarci! Eppure basterebbe, come dice Jack Kornifield, trattare il nostro disagio nello stesso modo con cui conforteremmo un bambino. Il corpo è un corpo e una carezza, anche se siamo noi a darla a noi stessi, funziona come una carezza sempre. Stessa cosa vale per un abbraccio!

Il vero motivo per cui evitiamo di farlo è che temiamo il ritorno di fiamma!

Il passato rafforza lo stress, il futuro lo anticipa: il ritorno di fiamma.

Immaginiamo che il dolore sia come un  fuoco. A volte cova sotto la cenere, a volte divampa. In ogni caso il fuoco consuma l’ossigeno e, se non ha ossigeno, si spegne. Quando un incendio divampa in una casa è molto importante non dargli ossigeno: aprire una porta può provocare un ritorno di fiamma perché l’incendio si nutre del nuovo ossigeno che ha raccolto attraverso l’apertura della porta. La vera ragione per cui facciamo fatica a confortarci è perché temiamo il ritorno di fiamma dell’incendio che cova sotto la cenere: il nostro vecchio dolore non ancora consolato. Abbiamo paura che riprenda forza e che si estenda nel futuro con conseguenze che immaginiamo sempre un po’ disastrose.Così procediamo come se niente fosse ma in qualche momento – prima o poi – dovremo accettare di consolarci e avere qualche informazione su come gestire il ritorno di fiamma può essere utile.

Riconoscere il ritorno di fiamma

A volte diciamo che abbiamo il cuore chiuso. Non è mai a caso: è sempre per un grande dolore che il nostro cuore si è chiuso. Quando iniziamo a confortarci anziché difenderci le porte chiuse del cuore possono aprirsi e l’incendio – metaforico – del dolore tenuto nascosto o trattenuto può riprendere vita. Ci sono dei segnali che possono aiutarci a gestire il ritorno di fiamma: sono emozioni o sensazioni fisiche di avvertimento. Emotivamente l’emergere di emozioni come la vergogna, la tristezza o la paura possono essere segnali. Mentalmente si possono accompagnare a frasi generalizzanti come “Sono un fallimento“, “sono incapace” e così via. Frasi che prendono una situazione e la generalizzano, estendendola al passato e al futuro. Fisicamente queste sensazioni possono accompagnarsi a dolore o all’emergere di memorie corporee.

Cosa possiamo fare?

La prima cosa è domandarci: di cosa ho bisogno? di cosa ho davvero bisogno in questa situazione per sentirmi al sicuro? Riconoscere di avere il ritorno di vecchi dolori è importante, come è importante riconoscere le emozioni che lo accompagnano ma se quei dolori hanno prodotto un incendio e questo incendio è ancora attivo vuol dire che non sono stati confortati, che non sono stati spenti e che ci lasciano un senso di pericolo. La prima cosa quindi è domandarsi di cosa abbiamo davvero bisogno per sentirsi al sicuro.

A volte fare delle semplici routine quotidiane può aiutare: prenderci un po’ di tempo per mettere ordine nei cassetti, pulire il frigorifero, fare un’azione semplice che rimandiamo da tempo. Oppure un massaggio o un bagno caldo. Insomma la nostra creatività può sbizzarrirsi ma il punto è la risposta alla domanda “Di cosa ho davvero bisogno?”. Perchè oggi, molto probabilmente, siamo in grado di darci quello di cui abbiamo bisogno!(e se non lo siamo possiamo sapere a chi chiedere aiuto: a volte può basytare un amico saggio, altre volte un professionista competente)

© Nicoletta Cinotti 2019

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