Ho avuto l’idea di mettere per iscritto un pezzo della mia storia legato al percorso fatto per gestire la depressione e le ricadute per un motivo semplice: essere utile a tutti quelli che hanno avuto o hanno a che fare con questo problema o che lo hanno avvicinato attraverso l’esperienza di parenti o amici coinvolti e a quelli che lo temono magari per sé o per le persone vicine.

L’altro motivo è che parlare di sé e del proprio vissuto è uno strumento potente per guardarsi un po’ “da fuori” ed essere più obiettivi, per mettere una distanza tra sé e la parte difficile della propria esperienza di vita che permette anche di conoscersi con più interesse e comprensione…

Un’altra ovvia fortuna è quella di far parte di quella porzione di umanità che ha avuto e ha la possibilità di investigare, studiare, curarsi e infine scrivere di sé, delle proprie avventure e sventure, cosa che è, bisogna sempre ricordarlo, il grosso privilegio del “primo mondo”. Anche in occidente poi non è sempre così, c’è chi si può curare, e in questo caso lo fa cogli strumenti messi a disposizione dalla nostra cultura e dalla nostra medicina, c’è chi non si può curare perché non ha accesso a questi strumenti. C’è anche chi non sa neppure di essere malato, oppure lo sa ma non vuole accettare di esserlo, forse anche perché, per una parte importante di persone, prendere atto di questo genere di malattia è ancora oggi un’ammissione di “debolezza”, di fragilità che non ha un segno positivo nel proprio sistema di valori e forse anche in quello della cultura in cui viviamo. Oppure è un’ammissione di sconfitta o di un evento sfortunato di cui si pensa che sia giusto pagare le conseguenze…

Quando ho incontrato la depressione

Io la depressione l’ho incontrata diverse volte nella mia vita fino all’ultimo episodio, durato circa otto mesi, tra il 1999 e il 2000, in quell’occasione mi diedero una diagnosi di disturbo bipolare di tipo” b”, ma, anche secondo il parere del mio psichiatra di riferimento, io comunque mi sono sempre dovuto difendere, da quel momento in poi, dalla depressione, dai sintomi della depressione, dai prodromi della depressione o semplicemente dalla paura della depressione…

La seconda parte del titolo fa riferimento, come spiegherò in questo scritto, ad una risorsa importante molto conosciuta in UK, in Usa e forse in altri paesi europei, ma che, a mio parere, non è molto conosciuta in Italia, a parte quelle città dove sono presenti seri e sperimentati Centri di Mindfulness, mi riferisco al protocollo M.B.C.T. for Depression (Il titolo originale della prima edizione del testo in cui veniva presentato il protocollo era: M.B.C.T. for Depression. A New Approach to prevent relapse, cioè Terapia Cognitiva Basata sulla MIndfulness per la Depressione. Un nuovo approccio per prevenire le ricadute).

Ricordo qui, per informazione, che il termine protocollo in questo caso viene usato nel senso di protocollo medico, con cui si intende un trattamento medico standard che si utilizza sia nella pratica clinica sia come strumento di sperimentazione…

Un esperto nel campo

Nel campo delle depressioni sono ormai esperto, diciamo che finora, ho sessantanove anni, ne ho avute diverse, la prima a 26 anni, l’ultima a 50 anni. Sono esperto perché le riconosco, di solito compaiono, per la mia esperienza, legate ad un evento preciso e legate poi ad un periodo di super lavoro, materiale o intellettuale, insomma a periodi di stress. Dunque, a proposito dell’evento, per me è stato sempre così, le depressioni sono state tutte “reattive”, come si dice, cioè legate ad un evento o ad una serie di eventi e non endogene…

E sì perché le depressioni, penso ancora oggi, si affrontano, da un punto di vista farmacologico, con la somministrazione di un farmaco per circa 20 giorni, si misura l’effetto e, se negativo, si passa subito ad un altro farmaco, sempre per 20 giorni, quindi un terzo farmaco e così via, fino a che un farmaco finalmente funzioni ( qualche psichiatra, dopo i 20 giorni, ti aumenta la dose dello stesso farmaco e ti fa aspettare altri 20 giorni sperando che funzioni la dose doppia, se non funziona hai raddoppiato i tuoi tempi di attesa ). È ovvio che la psicoterapia anche è importante, ma per i farmaci funziona così e, fino al momento in cui il farmaco non ti aiuta, bisogna “arrangiarsi”. L’effetto degli antidepressivi, a differenza degli altri farmaci, si vede, come ho già detto, dopo molti giorni, sono giorni in cui tu continui a star male, continui a provare i sintomi soliti di rallentamento, di indecisione, anche per le cose più semplici, aspetti che venga la sera per far finire il giorno, che è causa di sofferenza, e, quando ti svegli la mattina, cominci ad immaginare la sequenza di cose che ti capiteranno prima di arrivare nuovamente alla sera. 

Il rallentamento

Il rallentamento è la sofferenza più grande, la mattina non riesci a tirarti su dal letto, ci potresti riuscire, ma è così evidente l’inutilità della cosa, che senti una forza che ti trattiene, alla fine ce la fai ma continui a fare tutte le cose alla stessa maniera, con questa consapevolezza di inutilità. E allora tutto diventa difficile, lavarsi, farsi la barba, provare a vestirsi o a fare un programma minimo per la giornata (e questo è comunque il racconto di una situazione, per così dire, positiva in cui hai deciso di “collaborare”).

Il difficile è proprio accettare che ora puoi fare solo un programma minimo, che è poi riconducibile a garantirti i bisogni primari, fare la spesa, alimentarti per quanto puoi e vuoi, mantenere relazioni con qualcuno, almeno telefoniche. Sei rallentato in tutto, sei perciò inadatto a fare le cose che facevi prima, sia di tipo lavorativo, come anche le altre cose. Inadatto perché il mondo si muove ad un certo ritmo che tu ora non riesci a tenere, inadatto perché questa lentezza quantitativa (che si potrebbe misurare col tempo che tu impieghi a rispondere o a chiedere) diventa, senza che te ne accorgi, una lentezza anche qualitativa. Ti accorgi che non sei più in grado di capire cose che prima invece capivi benissimo ed è questo quello che più non accetti, ti sembra di aver perduto una cosa preziosa per un motivo che ancora stenti a riconoscere. È inutile chiedere di parlare più lentamente, sei tu che non segui. Ti accorgi che gli altri parlano, ti sorridono per aiutarti, perché hanno una situazione interna ferma, stabile, camminano su un terreno asciutto.  La tua testa è invece così piena di cose da capire, da sbrogliare, soprattutto da decidere, che alla fine sono queste, ora, che ti impediscono di comunicare veramente. Hai perso la capacità di rapportarti con le persone a cui tenevi di più, parlano come prima e chiedono le cose di sempre, ma sei tu che sei cambiato. Hai perduto qualcosa di te? Hai perduto i tuoi sentimenti, le tue idee, le tue caratteristiche di persona, ma allora hai perduto la tua anima, se si può ancora usare una parola così? E perché l’hai perduta? Come hai fatto a non accorgerti che la situazione era così pericolosa? Perdere l’anima per orgoglio, per una velleità o per che cosa? …

Una volta arrivato a questo punto del percorso mi arrendevo all’idea di farmi aiutare da uno psichiatra-psicoterapeuta. Per la depressione di cui parlavo all’inizio mi ero rivolto ad uno analista junghiano con cui già avevo fatto analisi, mentre un altro mi dava i farmaci (separazione dell’analisi dalla prescrizione dei farmaci), poi, anche per motivi economici, mi ero affidato solo a quest’ultimo e avevo ricominciato il percorso terapeutico…

La storia con gli antidepressivi

Con gli antidepressivi, la storia è dura, perché si passa da un antidepressivo ad un altro, come ho già detto, con molta lentezza, e durante tutto il tempo che c’ è tra un incontro ed un altro, si rimane in attesa, nel migliore dei casi oppure si vive la situazione di impotenza che compare nel fare anche dello psichiatra, e, a volte, si arriva anche alla perdita della speranza perché il percorso può essere lungo “due mesi, due anni”.  Vuol dire che una depressione può durare appunto al meglio 2 mesi o, al peggio, 2 anni. Si può continuare a mangiare, a bere: i bisogni essenziali sono garantiti per chi se lo può permettere, anche se il dormire non è assicurato. Per chi ha preso psicofarmaci in altri episodi depressivi precedenti, i farmaci non rifunzionano sempre, forse l’organismo si assuefà, (a me capitò con la sulpiride efficace nell’87, inefficace nel ‘99) ma la conseguenza è piena di sorprese.

 Sono mesi in cui la vita di chi si sta sottoponendo all’assunzione di farmaci diventa proprio difficile, ci si sta curando, ma la cura non funziona, ci si sta curando ma bisogna trovare il farmaco giusto (non stiamo mica a parlare di antibiotici), ci si sta curando ma non c’è nessuno che ti spiega che cos’è che non va: che azione dovrebbe avere il farmaco buono nel tuo organismo? Perché bisogna andare a caso per trovarlo? Come dovrebbe funzionare? Ogni volta si ricomincia senza troppe spiegazioni, gli psicofarmaci per la depressione funzionano così, è inutile fare domande, non ci sono altre strade. 

Insomma la cosa più comune che viene da pensare è che forse anche questa strada, psicoterapia + farmaci, è un errore, che assomiglia molto a quelli commessi prima, quelli che ti hanno portato alla depressione. Che ci stai a fare in quello studio, perché dovresti di nuovo andare in farmacia? 

Si dice in generale, che, se una persona si cura, per qualunque malattia, e non guarisce, si dice appunto che ha molte probabilità di cadere in depressione. È chiaro il meccanismo: tutti gli umani cercano di star bene, se si ammalano, intraprendono delle cure che dovrebbero portarli alla guarigione, se dopo molti tentativi le cure non danno risultati, la tendenza è quella di perdere la speranza, ovvero arrendersi, oppure scendere ancora qualche gradino fino ad arrivare alla depressione. Perché anche per il malato di depressione non dovrebbe essere così? Lui è già depresso! … 

La mindfulness

Come ho accennato nella introduzione, dopo l’ultima grande depressione del 1999/2000, la mia modalità di “passaggio” del secolo, la vita cambia un po’ per me, non riesco a “guarire” più, come mi era capitato prima, ma ho brevi periodi di “ricadute” che mi fanno stare in ansia, la paura è sempre quella della depressione grande. E allora, nel tempo che mi lascia la mia professione di insegnante, decido di diventare più istruito sul piano scientifico, io che ho preso una laurea in Lettere. Nel 2005 circa trovo su Repubblica la pubblicità di un corso del Simaiss: un insegnante di psiconeuroendocrinoimmunologia dell’Università dell’Aquila, Francesco Bottaccioli, tiene un corso di otto lezioni durante un anno, una ogni mese, di domenica per l’intera giornata, sul sistema dello stress.  

Si parla delle varie parti del cervello interessate a questo fenomeno che è alla base di tante patologie tra le quali la depressione. Certo sintetizzo e spero di ricordare bene, ma insomma il tema è quello delle condizioni che inducono lo stress e delle condizioni che lo possono prevenire, si parla di ormoni, cortisolo, adrenalina, noradrenalina, si parla di endorfine. Questo tema è trattato in modo specialistico e riscuote l’interesse dei molti medici e psicologi presenti, di operatori che lavorano in questo campo e di altre persone come me…

Tutte le parti delle lezioni terminavano con delle sedute di meditazione guidata da parte di una maestra di meditazione buddhista, della tradizione tibetana (Antonia Carosella). Era questa sicuramente una parte molto seguita e “nuova” per la maggior parte di noi. Per fare meditazione era utile ovviamente avere un certo interesse a conoscere alcune peculiarità della filosofia orientale e dello stile di vita che questa suggeriva…

A parte la modalità tecnica su cui mi soffermerò più avanti, quando parlerò della meditazione di consapevolezza, la cosa molto interessante era quella che esisteva la possibilità di inserire nella propria vita un cambiamento, allora avevo circa cinquant’anni, operare un cambiamento che non riguardava questa volta le idee, la concezione del mondo oppure la politica, che era stata la stella polare di tre quarti della vita vissuta fino a quel momento, ma un cambiamento che puntava su una “pratica “ quotidiana, che iniziava prima da se stessi, che metteva al centro se tessi, prima del gruppo o della società. Non a caso uno dei primi esercizi era quello della scrittura, della visualizzazione ed evocazione del proprio nome… 

Insomma iniziare prima da se stessi…

Per me questa sì era una rivoluzione. Ancora non ne ho parlato ma posso dire che, prima di questo momento, avevo sempre pensato, ed agito di conseguenza, che la cosa più importante nella vita fossero la società, i cambiamenti nella società, la riforma della società… Certo poi, se faccio un bilancio oggi, posso dire che la mia vita è stata, per fortuna, più complessa, più varia di quanto me la potevo immaginare allora, ma certo un punto era rimasto fermo, quello della “nobiltà” del sociale e della “povertà “delle esigenze individuali…

Ebbi ancora dei contatti col Simaiss per un paio d’anni, siamo nel 2007, molto utili e poi mi capitò di leggere e di studiare un libro di Kabat-Zinn, un medico americano, maestro di meditazione di consapevolezza (della tradizione Theravada, una tradizione affine a quella tibetana che avevo già conosciuto) che, nel 1979, aveva fondato la Clinica per la riduzione dello stress, nell’Università del Massachussets. Insomma continuavo questo mio per percorso, dopo il corso del Simaiss, delle strade per la “riduzione dello stress “.

La lettura di questo testo di Kabat-Zinn (Vivere momento per momento) fu un’altra tappa importante per me. I titoli dei capitoli del testo possono dare un’idea di ciò che l’autore voleva insegnare: la pratica della consapevolezza, un nuovo modo di pensare la salute e la malattia, lo stress, la consapevolezza al lavoro, la via della consapevolezza.

Dopo molti anni di pratica meditativa, aveva avuto l’dea di provare ad insegnare la meditazione di consapevolezza (la meditazione che praticava), omettendo tutte le altre parti dell’insegnamento buddhista, quelle che poi costituiscono l’” Ottuplice sentiero”, ai malati della clinica in cui lavorava, quei malati che il direttore sanitario della clinica considerava ormai “cronici”, che insomma non rispondevano più alle cure farmacologiche e in generale terapeutiche praticate nella clinica…

Tornando a Kabat-Zinn, possiamo dire che quindi mise a punto il protocollo M.B.S.R.  (d’ora in poi MBSR) che in 8 settimane si proponeva l’insegnamento della meditazione di consapevolezza (mindfulness) limitatamente all’obiettivo della riduzione dello stress. In italiano MBSR significa “Riduzione dello Stress Basata sulla Mindfulness” e quest’ultimo termine significa in italiano appunto consapevolezza4

Il protocollo MBCT

Dovrei fare qui una premessa importante, intorno alla mindfulness e all’utilizzo di questa nel protocollo M.B.C.T. (d’ora in poi MBCT).

La premessa è che io qui sto dando delle indicazioni perché questo scritto possa essere utile a chi ha sofferto o soffre di depressione, perché l’utilizzo della mindfulness per prevenire la ricaduta nella depressione, in un futuro prossimo anche per combattere la depressione, cioè questo famoso protocollo MBCT, come ho già detto nell’introduzione, a mio parere, non è molto conosciuto in Italia. È conosciuta la Mindfulness, ma molto spesso in modo superficiale consigliata per tutte le necessità, dal semplice e rapido rilassamento, all’alimentazione controllata per dimagrire, alla … rapida felicità. ..

Ovviamente queste cose che scrivo possono essere uno step importante, ma non sostituiscano l’esperienza delle 8 sessioni fatte insieme ad altre persone che hanno avuto lo stesso problema, le pratiche collettive in cui poi ognuno dice la sua (l’inquiring), i “compiti” fatti a casa durante le 8 settimane.  

Soprattutto non sostituiscono le indicazioni, molto più precise e complete di quelle fatte da me, di un bravo istruttore in un buon centro di Mindfulness. Nel protocollo si richiede l’impegno di un incontro a settimana ( per circa 2 ore e mezza) per 8 settimane consecutive, con un giorno intero da dedicare alla pratica, all’interno di tutto il ciclo delle 8 settimane. I costi si possono ragionevolmente affrontare, se paragonati anche solo alla alta riduzione delle ricadute nella depressione e anche alla probabile riduzione dell’uso dei farmaci…

Prima del mio report vorrei fare la considerazione che questo protocollo, al di là del giudizio sulla sua storia e sui contenuti, è interessante in quanto può essere un esempio di come si può superare quella che io ho   presentato, nella prima parte di questo scritto, come la parte più debole delle psicoterapie che ho sperimentato di persona e che si usano negli studi privati o nelle Asl in Italia, quando si tratta di curare le problematiche della depressione o di altre patologie vicine.

Tutti i malati hanno bisogno, dopo i 50 minuti settimanali trascorsi con lo psicoterapeuta, di un progetto per gli altri giorni che gli rimangono della settimana, in cui loro comunque stanno male e si sentono soli di fronte alla patologia, soli anche fisicamente perché non sempre si vive in famiglia, esistono anche i single. Quello che rimane della settimana dopo una psicoterapia sono 6 giorni e poco più di 23 ore da vivere che sono sempre molto lunghi se continui a provare dolore. Dicevo un progetto che preveda delle attività da svolgere, delle riflessioni di tipo teorico da fare su materiale proposto e anche delle attività di tipo fisico o che comunque riguardino il “corpo”: anche se le parole sono importanti ed efficaci, e possono essere anche “pietre”, come dice Carlo Levi, non è possibile quando si sta male, parlare soltanto o ascoltare parole…

tratto da
©Giuseppe De Cicco Il mio percorso per gestire la depressione. La grande risorsa offerta dal protocollo M.B.C.T. for Depression (Terapia cognitiva basata sulla Mindfulness).

Come trovare il protocollo MBCT nella tua città

Il protocollo MBCT può essere condotto solo da psicoterapeuti e quando la depressione (o il disturbo emotivo di cui si soffre) non è in fase attiva. Per conoscere i centri che attivano programmi MBCT digita la sigla del programma e il nome della tua città sul motore di ricerca. Il programma è ancora poco diffuso in Italia e, in genere, è preceduto da una serata orientativa e/o da un colloquio personale che ti permetteranno di comprendere meglio se è una esperienza adatta a te. Personalmente consiglio di fare prima il protocollo MBSR e successivamente il protocollo MBCT. Ringrazio Giuseppe per aver voluto condividere la sua esperienza in prima persona. Se sei interessato a partecipare ad un protocollo MBCT a Genova o a Chiavari scrivimi a protocollombct@gmail.com

Mindfulness Protocollo MBCT

 

 

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