Quando succede un evento emotivamente intenso possiamo avere una sorta di straniamento: funzioniamo ma siamo diversi dal solito. Quello straniamento è il segno di un meccanismo difensivo che ci allontana dal corpo. Sul momento è la migliore strategia possibile. il problema è che questa strategia può diventare un’abitudine: l’abitudine a stare lontano dal corpo e dall’esperienza per dimorare in una mente teorica e astratta, attratta dai pensieri più che dalla realtà percepita.

Tornare al corpo è l’inizio di un viaggio che diventa un’avventura: l’avventura del reparenting.

Uscire dalla zona di comfort entrare nella zona di conforto

Siamo apparentemente comodi nella nostra comfort zone ma molto spesso è un’area in cui evitiamo il conforto e abitiamo la resistenza. Stiamo lì, aggrappati alle nostre difese, convinti che uscire dal rifugio sia terribilmente scomodo ma, in questo modo coltiviamo la resistenza e impediamo proprio quel cambiamento che, a parole, dichiariamo di volere.

La nostra resistenza rende vero il dolore del passato, vero e attuale. Per andare oltre ed entrare nel rischio squisito, nella sfida del cambiamento abbiamo bisogno di uscire dalla nostra zona di comfort e il primo passo è proprio riportare la mente al corpo.

Riportare la mente al corpo

Per riportare la mente al corpo è necessario diventare sensibili ai propri segnali di apertura e chiusura. Quando siamo chiusi vuol dire che un protettore è entrato in azione e possiamo invitarlo a rilassarsi: raramente abbiamo ancora bisogno del suo intervento. I segnali di chiusura sono rappresentati da distrazione, sonnolenza, rabbia, noia, biasimo rivolto a noi o ad altri mentre l’apertura si accompagna a maggiore vitalità, gioia, commozione. Avere gli occhi umidi non è piagnisteo: è un segnale di commozione che accompagna l’apertura del cuore.

Le parti e il corpo e le parti del corpo

 

Le nostre parti utilizzano il corpo per la propria espressione. Attraverso il corpo le parti esiliate segnalano di aver bisogno di aiuto, mentre i nostri protettori pro-attivi utilizzano il corpo per controllare, e i nostri protettori reattivi usano la compulsione e gli abusi (di cibo, sostanze, lavoro) per distogliere l’attenzione dal dolore emotivo che potremmo contattare. Le modalità dei protettori reattivi possono essere fisicamente molto dannose perché comportano dipendenza e compulsione, un comportamento che sfugge dalle nostre possibilità di regolazione. (Trovi qui una serie di reel sulle parti esiliate: le parti esiliate, come accorgersi delle parti esiliate, controllo e perfezionismo, tutti noi abbiamo avuto bisogno di esiliare)

Spesso i ruoli protettivi si accompagnano a dei sintomi fisici: ci sforziamo, conteniamo, tratteniamo e questo diventa un impegno muscolare che paghiamo in termini di tensione, aumento dello stress, del battito cardiaco. Secondo Richard Schwartz i nostri protettori agiscono nelle giunzioni: articolazioni, pavimento pelvico, gola, mascella, spalle, zona lombare. Sono le aree che si attivano, dal punto di vista muscolare, nelle situazioni di attacco e fuga.

Lasciar parlare i sintomi fisici

Per alcune persone è molto chiaro il fatto di avere aspetti divergenti: per strano che possa sembrare più parti di noi riusciamo ad identificare e meglio è. Per altre invece la sensazione è quella di avere una personalità unitaria ma “sbagliata” che porta a fare errori e disastri. Questa visione unitaria della propria personalità è una generalizzazione molto dannosa. Un conto è pensare che ci sia qualcosa di definito in noi che non funziona e un conto è credere di essere sbagliati in generale. Identificare le nostre parti problematiche offre un vantaggio: ridimensiona il problema e ci toglie dalla generalizzazione. Come fare però per identificare le nostre parti? Attraverso il percorso identificato dalle 6F. Eccole parola per parola (ho lasciato la denominazione in inglese per mantenere la siglatura internazionale)

Find: che cosa attira la nostra attenzione in questo momento? Dove notiamo qualcosa di interessante?

Focus: il passo successivo, una volta che la nostra attenzione ha agganciato qualcosa, è rivolgere l’esplorazione all’interno, alla percezione di sé.

Flesh out: entriamo nel dominio sensoriale. Possiamo vedere questo aspetto? Se lo vediamo che apparenza ha? Se non lo vediamo come potremmo definire l’esperienza che ne abbiamo in questo momento? Assomiglia a qualcosa? potremmo descriverlo attraverso una metafora? È un aspetto che sentiamo vicino o lontano?

Feel: Come ci sentiamo rispetto a questo aspetto? Questo elemento è un elemento centrale perché è qui che potremmo incontrare resistenze ed ostacoli dovuti al nostro pregiudizio contro di noi. Queste parti hanno funzionato in modo indisturbato finora e noi entriamo in campo in un sistema che ha un suo equilibrio. Normale incontrare resistenze: pericoloso non accorgersene. Spesso abbiamo solo bisogno di riconoscere e validare la reattività e trovare un terreno di accordo, uno spazio libero da conflitto.

beFriend: Se siamo arrivati qui possiamo iniziare a sviluppare una relazione amichevole con questa parte di noi. Possiamo riconoscere se il suo modo di procedere è efficace, che cosa potrebbe fare di alternativo o diverso. potremmo scoprire quanto è vecchia, ossia quanto è legata ad aspetti della nostra infanzia e adolescenza. Potremmo addirittura chiederle quant anni ha…e così via. Proprio le stesse domande che faremmo incontrando un amico nuovo e vecchio insieme.

Fear. Anche se ci è difficile ammetterlo, abbiamo paura di cambiare. Abbiamo bisogno di essere incoraggiati per fare un cambiamento anche quando lo riteniamo positivo, come succede per esempio con le diete o con lo smettere di fumare. Riconoscendo che cosa questa parte ha fatto di buono per noi ed esplorando che cosa temiamo potrebbe succedere se smettesse di fare questo lavoro, non nascondiamo la nostra paura. Dietro al nostro mantenere comportamenti nocivi sta sempre una paura più grande: cosa potrebbe succedermi se smettessi di fare questo? (Leggi di più qui)

Cambiare il dialogo e l’ascolto del corpo

In questo modo ascoltare il corpo è entrare in dialogo con le parti di noi che sono rimaste imprigionate nella nostra storia. Nel momento in cui liberiamo una parte dal fardello che si è trovato a sostenere possiamo riprender l’accesso alle sue energie e liberare la nostra capacità di autoregolazione e auto-guarigione. Non sono “sbagliate” le nostre parti, anche quelle che possono sembrare più distruttive. Sono sbagliati i fardelli con cui le abbiamo caricate e che possono essere fardelli legati alla nostra storia personale o familiare. a volte i nostri protettori pro-attivi realizzano il sogno di successo dei nostri genitori e ci rendono così, oltre che infelici, anche estranei alla nostra vita.

© Nicoletta Cinotti 2023 Formazione in reparenting

Formazione in reparenting

 

 

 

 

 

 

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