Abbiamo una visione molto meccanica delle nostre emozioni. Siamo convinti che siano il risultato delle nostre azioni. Tradotto significa che siamo convinti che, se saremo bravi saremo felici, se non saremo bravi saremo infelici.  Ti ricorda qualcosa? A me ricorda le promesse dei miei genitori che coltivavano una sorta di relazione causa effetto tra impegnarsi tanto ed essere felici. Se andiamo a guardarla in profondità però dichiara solo quanto ci sentiamo in colpa e responsabili della nostra infelicità.

Le emozioni non funzionano proprio così. È vero che, se accade qualcosa di bello, è molto facile essere felici o gioiosi ma non è detto. Lo sanno bene tutti quelli che masticano, ogni giorno, la caramella dell’insoddisfazione. La masticano ma il sapore non diventa migliore. Succede perchè dobbiamo invertire l’ordine degli eventi. Per strano che possa sembrare l’ordine invertito ci dice che, se siamo felici, le cose hanno più probabilità di andare bene. E se siamo infelici, anche quando vanno bene, il nostro umore non cambia un granché. Ce lo dimostrano i bambini. Il primo anno di vita, quello dove, in assoluto, avvengono più cambiamenti e dove i bambini crescono di più arrivando, in un anno, a triplicare il loro peso corporeo, è un anno dominato dalla gioia. Perché è la gioia l’emozione che dovremmo cercare per iniziare qualcosa di nuovo. È nella gioia che siamo più creativi e più intelligenti. Non è vero l’inverso: non è che l’essere intelligenti ci rende gioiosi, anzi.

La chiave è semplice: se pensiamo alle relazioni come effetto di qualcosa che deve ancora accadere spostiamo la nostra attenzione dal presente al futuro e lo facciamo in modo strumentale. Facciamo qualcosa al fine di ottenere qualcosa d’altro. Facciamo qualcosa per essere felici ma quella felicità sarà sempre un passo avanti a noi. Focalizzarsi sul futuro aumenta l’ansia, che, insieme al senso di colpa, è un grande antidoto alla felicità. I bambini piccoli, nei primi anni di vita, sono gioiosi perché non hanno ancora il senso del futuro. Arriva verso i tre anni, prima il presente è un cerchio che occupa tutto il mondo emotivo. E, occupandolo ci rende gioiosi quanto basta per crescere velocemente. Se qualcosa non va non pensiamo che non andrà mai perché non abbiamo il senso della parola futuro ma siamo disponibili a ripartire da zero il momento successivo.

Vivere con l’idea che potremmo rovinare il nostro futuro o – peggio ancora – che potremmo averlo già rovinato, non è un bel modo di vivere. Sicuramente ci fa sentire rassicurati quando le cose vanno bene perché vuol dire che abbiamo messo un mattone a favore di un buon futuro ma in tutto questo rimane un lato oscuro: una visione della vita dove la fatica è la condizione per la felicità. Siamo proprio sicuri che le cose debbano andare in questo modo? Siamo proprio sicuri che la fatica, l’impegno, il sacrificio siano una garanzia per un futuro felice? E, soprattutto, quando arriva il futuro?

Abbiamo una alternativa? Sì, l’alternativa esiste: possiamo atterrare nel presente e abitarlo in modo che sia degno di essere vissuto, in modo che niente sia sprecato e non utilizzato. Nessuna gioia dispersa. In modo che il cerchio del presente sia tanto ampio da costruire, in sordina, il nostro futuro. Perché, per essere felici, non dobbiamo iniziare dalla fatica ma dalla gioia.

Quando siamo stanchi ci sono tre elementi che ci affaticano: emozioni ad alta intensità, self control e alta densità di pensieri negativi. Emma Seppala

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© Nicoletta Cinotti 2018 Scrivere la mente

 

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