Qualunque sia la ragione per cui ci avviciniamo alla pratica di mindfulness, qualunque sia il protocollo che facciamo, c’è un primo atto che tutti noi ci troviamo a compiere: riportare la mente al corpo, Quello che Chogyam Trungpa chiamava efficacemente “sincronizzare mente e corpo“. Non possiamo davvero dire di praticare se la nostra mente continua a volare indisturbata da una parte all’altra, come una farfalla mentre il nostro corpo aspetta paziente che sia possibile riportarla a casa. A volte si tratta di una distanza minima. La distanza che ci può essere tra due amanti che hanno litigato, A volte può essere enorme e, soprattutto, la mente può aver paura che tornare al corpo, tornare a casa sia l’inizio della fine. È scappata nella convinzione che solo lei avrebbe saputo trovare la pace, la soluzione, la strada per la felicità. Che il corpo era un fardello troppo sensibile e dolente, troppo vulnerabile e pesante. Troppo suscettibile a quegli eventi che rendono incerta la nostra vita. Adesso è molto tempo ormai che mente e corpo sono lontani: è l’ora di riconoscere che questa separazione non ci ha portato la felicità che aspettavamo. Alcuni se ne sono già accorti e hanno fatto del corpo la chiave d’accesso. Non è detto che abbiano riportato la mente a casa perché molti di quelli che scelgono la strada del corpo mantengono la stessa dolorosa diffidenza nel riportare la mente a casa. In quel caso nutrono il corpo e guardano con diffidenza a tutto quello che garantisce un po’ più di inquiring, un po’ più di investigazione interiore. Ma se davvero abbiamo voglia di tornare a sincronizzare mente e corpo, se c’è uno spiraglio di desiderio di farlo, allora fidiamoci dell’unico sentimento che ha le qualità per riportare la mente a casa, per metterli insieme.

Quel sentimento non è la compassione – anche se a volte la sua forza può compiere miracolose trasformazione – quel sentimento è un’emozione piccola e quotidiana: la tenerezza. È quando proviamo tenerezza per noi che ricuciamo davvero lo strappo che c’è tra la mente e il corpo. Insieme alla tenerezza sorge, spontanea la gentilezza. Anche questa non richiede impegno: si lega spontaneamente alla nostra tenerezza e illumina i nostri gesti,Quello strappo non richiede forza, allenamenti strazianti o pratiche prolungate. Ogni volta che sentiamo tenerezza fermiamoci, per qualche respiro. Stiamo tornando a casa.

Talvolta la gentilezza si manifesta come cuore, il risveglio del cuore. Spesso la si chiama dolcezza. Talvolta la si chiama amicizia illimitata. Ma la gentilezza fondamentale è un modo concreto e quotidiano per descrivere l’ingrediente importante che rimette in equilibrio tutto e ci aiuta a entrare in contatto con la gioia incondizionata. Come dice il maestro vietnamita Thich Nhat Hanh: “Soffrire non è abbastanza”.

Pratica di mindfulness: La pratica di gentilezza della mattina

© Nicoletta Cinotti 2021 Il protocollo di Mindful Self Compassion

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