È molto frequente, quando iniziamo a praticare, accorgersi che sentiamo molto poco. Sentiamo le zone doloranti, siamo consapevoli dei pensieri ma il corpo, nel senso più elementare del termine, è poco percepito.

Per percepirlo rallentiamo e…ci addormentiamo. Finiamo quindi frustrati a passare dall’andare veloci al fermarsi in un torpore che non raccoglie informazioni ma solo ovattamento.

Perché succede? Ci sono diverse risposte e tutte interessanti.

La prima è che, nel tempo, siamo come una macchina senza marce intermedie: passiamo dalla quinta alla prima – senza avere la possibilità di scalare. Tanto abituati a sforzarci, spingere, andare al massimo che fermarsi equivale al segnale della fine della giornata. Questa è una dis-regolazione energetica e corrisponde ad una disregolazione emotiva.
La seconda ragione è che c’è qualcosa che vogliamo evitare di sentire. Perché ci spaventa, perché ci farebbe cambiare, perché è nuovo. Insomma abbiamo qualche ragione per evitare di sentire.
La terza ragione è che abbiamo una specie di sordità percettiva: sentiamo quello che urla – il dolore, la rabbia, la gioia – ma non quello che sussurra. Fortunatamente questa sordità si può recuperare, perché le cose più belle della vita spesso sono nei dettagli dell’esistenza.

Alla fine di che cosa abbiamo bisogno per sentire senza addormentarci, per sentire senza sprofondare nella noia? Abbiamo solo bisogno di aver la pazienza di aspettare che il nostro corpo arrivi. Perché la mente corre veloce e il corpo cammina.

Il Sé non può essere disgiunto dal corpo e la coscienza di sé non può essere separata dalla consapevolezza del corpo. Per me la via della crescita è quella del contatto con il mio corpo e della comprensione del suo linguaggio.

Alexander Lowen

Pratica del giorno: Grounding

© Nicoletta Cinotti 2016 Cambiare diventando se stessi

Foto di ©Maritè Toledo

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