Tratto le cose nuove con un certo rispetto, come se, così facendo, potessero rimanere nuove più a lungo. È un tentativo inutile eppure lo faccio da quando andavo a scuola e cercavo di tenere meglio possibile i quaderni nuovi. Le prime pagine rifulgevano di ordine e nitidezza. “Senza orecchie”, né guasti procedevo fino a metà quaderno; poi era un lento ma progressivo declino. Le ultime pagine dichiaravano il segno del lungo percorso e solo il miraggio di poter ricominciare da capo mi permetteva di scrivere fino all’ultima riga.

Così ieri sera, quando ho visto che sulla mia cucina nuova c’era una macchia – forse indelebile – si è scatenata la rabbia. Com’era possibile che fosse successo? Quale incuria dichiarava? Ho fatto tanto rumore per nulla e poi, placata la tempesta è affiorata lentamente, la vera ragione di tanta reazione.

Uno dei dolori che tutti noi conosciamo è il dolore del cambiamento. Un dolore inevitabile che misuriamo ogni tanto quando guardiamo le vecchie fotografie o riaffiora qualche ricordo del passato. Oppure, semplicemente ci guardiamo allo specchio senza inganno: lo specchio della mattina appena alzati.

La mente è, in questo caso, benevola. Non ci permette di vedere il cambiamento quotidiano. Ci mostra solo la continuità ma, prima o poi, prendiamo atto che quel cambiamento è avvenuto e che quello è un dolore dal quale non possiamo sfuggire, per quanti tentativi facciamo di mantenere “nuove” tutte le cose.

Abbiamo inventato lo scorrere del tempo per cercare di dare una misura al cambiamento ma nessun orologio potrà mai dar ragione dello stupore, dell’incredulità, del patimento che sorge quando ci accorgiamo di come il cambiamento sia inevitabile.

E quindi non mi date alcun consiglio. La voce del mio dolore è più forte che quella dei vostri precetti. William Shakespeare

Pratica di mindfulness: La meditazione della montagna

© Nicoletta Cinotti Il protocollo MBSR

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