Quando meditiamo il torpore può essere un impedimento frequente e parzialmente fastidioso, proprio perché limita il campo di consapevolezza che vorremmo, invece, ampliare.

Stranamente, fino all’attimo prima di iniziare la pratica siamo svegli e attenti e un attimo dopo, appena iniziata la consapevolezza del respiro o il Body scan, veniamo assaliti da un torpore avvolgente e anche piacevole, se non fosse così diverso da quello che vorremmo sperimentare.

Le cause

Il torpore, come l’irrequietezza, è spesso causato da uno squilibrio energetico. Le pratiche di consapevolezza richiedono un equilibrio tra il livello di attenzione e il livello di attivazione. E’ proprio l’abbassamento del livello di attivazione che può farci entrare nel torpore: ci rilassiamo, lasciamo andare, entriamo nella sensazione di pace ma non riusciamo a mantenere l’attenzione e quindi entriamo in una specie di sonno/veglia. In questo caso la pratica del noting può aiutare ad uscire dalla sonnolenza

il-varcoAltre volte però può essere un modo per uscire dalle difficoltà. Potrebbero emergere sensazioni dolorose o un ricordo del passato e la nostra tendenza ad evitare si accende, facendoci entrare nella sonnolenza.

Questo evitamento qualche volta può essere anche un segno di saggezza, anche se lo scopo della pratica è quello di essere totalmente aperti all’esperienza, senza discriminare tra esperienze piacevoli o dolorose. Se il problema è l’emergere del dolore possiamo però provare a fare un passo indietro e guardare con maggiore distanza a quella situazione dolorosa.

Altre volte il torpore può essere legato al fatto che stiamo sperimentando sensazioni neutre, nulla che ci sembri interessante. Di fatto, molte delle nostre esperienze sono ripetitive. Questo spesso diventa una spinta verso la ricerca di novità ma, anche, una fonte di dispersione dell’attenzione e del piacere che proviamo verso le cose semplici della nostra giornata. La conseguenza è che se scegliamo spinti dal desiderio di “svegliarci” possiamo facilmente finire per iperstimolarci mettendoci in situazioni stressanti.

Le aspettative

A volte siamo presenti per amore dell’esperienza di presenza e consapevolezza. Altre volte, invece, siamo presenti a patto che “succedano” cose straordinarie. Costruiamo cioè una aspettativa che rischia di demotivarci, più che di aiutarci. La pratica di consapevolezza vuolconsapevolezza dire entrare nella realtà della nostra vita, che non sempre è come le montagne russe. Nello stesso tempo, quando le cose si fanno troppo eccitanti, possiamo arrivare a quell’irrequietezza di cui parlavamo la scorsa settimana. Un buon suggerimento è quello di stare nelle cose così come sono, ecologicamente, dal punto di vista psichico.

Cosa fare con il torpore

Qualunque sia la causa, è importante non trattare il torpore come un nemico ma cercare, piuttosto, di esserne consapevole, trasformandolo in un oggetto di attenzione.

E’ anche possibile operare una gentile variazione nello squilibrio energetico tipico del torpore. Possiamo farlo aprendo gli occhi, oppure alzandoci in piedi. Anche il noting del respiro – ripetendo in con l’inspirazione e out con l’espirazione – può essere un buon metodo.

Anche in questo caso spostare l’attenzione ad un campo più ampio di consapevolezza può aiutare. Se stiamo portando attenzione al respiro, proviamo ad ampliare l’attenzione al suono del respiro, alle sensazioni fisiche collegate al respiro, alle sensazioni legate alla posizione e così via.

Il punto è considerarlo uno stato mentale e non una spinta all’azione conseguente, cioè al sonno. bend over

Questo modo di considerare gli impedimenti alla consapevolezza ci permette di comprendere che alcuni stati mentali sono “trucchi” della mente e non contenuti dotati di particolare significato, né, tanto meno, aspetti di cui rimproverarci.

Proseguiremo la prossima settimana con il dubbio, uno degli impedimenti più forti e importanti.

a cura di nicoletta cinotti

 

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