Sono arrivata a credere che ci sia molta differenza tra l’avere un cuore ferito e un cuore rotto. Forse perché ho letto recentemente che il cuore si può rompere fisicamente e che questi casi sono diversi dall’infarto che viene per un problema di vascolararizzazione. Il cuore che si rompe lo fa, invece per un eccesso di dolore. Non sono neanche romantica: un eccesso di dolore emotivo. Senza arrivare a situazioni così infauste io credo che ci sia differenza tra il sentirsi feriti – e tutti noi prima o poi incontriamo una ferita al cuore – e sentire che il proprio cuore è stato spezzato e che è faticoso tenere insieme i pezzi.

Ma come può una condizione emotiva condurre ad una situazione fisica? Il respiro

Le emozioni sono eventi che hanno un correlato corporeo sia muscolare – legato ai muscoli che usiamo per esprimere quell’emozione – che biochimico, legato ai neuro-mediatori e al rilascio delle endorfine e dell’adrenalina. Inoltre, il respiro attiva una risposta muscolare che influenza l’attività cardiaca: cuore e polmoni sono amici e lavorano insieme

Per comprendere meglio come questo avviene proviamo a guardare nel dettaglio il processo del respiro. Il petto ha una forma ovale che si espande, col respiro, sia da davanti a dietro che da lato a lato. Quando inspiriamo il diaframma scende, le costole si aprono, la colonna vertebrale si allunga, provocando un’onda di movimento in tutto il corpo. Questa onda di movimento include il midollo spinale, grazie al movimento di allungamento – in inspirazione – della colonna vertebrale.

…ho steso la mappa per andare al cuore e cosa ho trovato. La mappa si stende ogni volta che si sente male, il punto di partenza è il crepacuore, quando si smette di far finta di niente a ogni frecciata, ogni graffio, ferita e pugnalata. Succede dopo averne prese tante da sembrare uno scolapasta approssimativo e dopo essersi accorti che non è utile a nessuno. Perché a un certo punto si smette di guardarsi attorno con aria torva e si decide di osservare il male anziché scovare il malfattore. Allora, si scopre un percorso puntiforme fatto di sensazioni vergognose – di abbandono, vendetta, fallimento, rivincita, desertificazione, furore –, e di crepe… Chandra Livia Candiani. Questo immenso non sapere: Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano

Torace grande o torace piccolo?

Il respiro può essere ridotto da tutte le tensioni che limitano l’allungamento dell’onda respiratoria e quindi non solo da quelle diaframmatiche ma l’effetto più tipico della tensione diaframmatica è espressa da un petto sovraespanso o da un petto sottoespanso.

Il petto sovraespanso presenta un abbassamento molto scarso durante la respirazione. E’ trattenuto in una posizione contratta, gonfiata, formando, metaforicamente, una parete di muscoli rigidi, protettivi, attorno al cuore e ai polmoni. Questa parete coinvolge i muscoli della schiena come quelli della gabbia toracica e la parte anteriore del corpo e accerchia completamente quegli organi. L’effetto è che il cuore e i sentimenti sono tenuti rinchiusi in una gabbia muscolare.

Questa struttura si associa ad una paura ad assumere energia dall’esterno, soprattutto dalle relazioni affettive: è la paura di intenerirsi, di abbassare la guardia e rallentare il passo. Sono sentimenti che rimangono dentro i confini delle regole e dei piani, in un rigido sistema di atteggiamenti, in una struttura razionale che governa le azioni. Una struttura che non comprende gli aspetti emozionali e intuitivi delle relazioni. Più il petto è trattenuto ed espanso, meno la personalità è fluida e più è incapace di espirare e liberare l’aria: una situazione che spesso si accompagna al desiderio di essere liberi.

Il petto abbassato è associato ad una mancanza di vitalità emotiva: la quantità di aria non è infatti sufficiente per suscitare un pieno sentimento: il colore della pelle è pallido e gli occhi mancano di vitalità perché il basso livello respiratorio non fornisce un’energia sufficiente per l’espressione emotiva.

Nell’aspetto fisico e nella storia personale spesso sono persone che hanno ricevuto un “colpo al cuore”: c’è stata una ferita primaria e il cuore è rimasto bloccato e affondato. Il sentimento generale è un senso di abbattimento, stanchezza e bisogno di sostegno. Un respiro profondo li porta a contatto con la loro ferita, limitando il respiro evitano di riattivare un dolore che non è ancora pienamente risolto. Aprire il respiro e ampliare il torace porta una nuova vitalità e nuova energia per il cambiamento. Non dobbiamo infatti dimenticare che il nostro è un sistema energetico e che, se non alziamo il livello d’energia attraverso il respiro, non saremo in grado di avere la vitalità necessaria per crescere e cambiare.

Le difese del cuore ferito e quelle del cuore rotto

Essere feriti è pericoloso e così costruiamo delle difese. Se il cuore è stato ferito le difese sono più leggere e sono difese che sono emotive ma a cui corrisponde un aspetto nel corpo. Possono andare dal non sentire, al reprimere le sensazioni, al proiettare sull’altro il proprio dolore, alla minimizzazione.

Se il cuore è stato rotto – ossia la ferita è stata più profonda – la parte che è stata ferita può venir dissociata e isolata. Un po’ nella speranza che la convalescenza le faccia bene e un po’ per tenere il dolore lontano. Dissociarlo può trasformarlo in una credenza sbagliata e rigida su di noi, in un pregiudizio o in una somatizzazione. Costruiamo degli schemi maladattativi di risposta ed esiliamo le parti che hanno sofferto cercando di controllarle più possibile

Reagire per schemi

Uno schema è una serie strutturata di pensieri e sentimenti negativi mantenuta nel tempo attraverso delle contrazioni muscolari croniche. Una specie di pilota automatico con modalità difensive e rapide.

Questa strategia nasce per rispondere alle difficoltà incontrate in un certo momento della nostra vita. La contrazione muscolare le mantiene attive anche fuori dalla situazione – o dalla serie di situazioni – che l’hanno originata.
Ogni schema può essere visto come un tentativo di realizzare uno dei 5 bisogni fondamentali della vita.

Quali sono i bisogni fondamentali?

I bisogni a cui fa riferimento Young – creatore della Schematherapy – non differiscono sostanzialmente dai 5 bisogni fondamentali descritti da Lowen, padre della bioenergetica.

Young parla del bisogno 1) di appartenenza e di connessione con gli altri; 2) di autonomia, competenza, identità; 3) di libertà espressiva dei bisogni e delle emozioni; 4) di spontaneità e gioco; 5) di limiti realistici e autocontrollo.

Lowen parla di 5 diritti fondamentali di ogni essere umano: il diritto di esistere; il diritto di avere bisogno; il diritto di essere autonomo; il diritto di affermarsi e di amare ed essere amato sia sessualmente che come persona.
Questi bisogni/diritti sembrano comuni a tutti gli esseri umani ed è la frustrazione eccessiva di questi bisogni che struttura nel corpo la contrazione muscolare cronica e nella mente lo schema automatico che fornisce una sorta di significato precostituito per tutti gli eventi.

In realtà la formazione degli schemi e anche della struttura corporea può dipendere da quattro fattori: una frustrazione eccessiva, una situazione di trauma o maltrattamento oppure, viceversa, una situazione in cui vengono riversate eccessive aspettative e manifestazioni di affetto e stima. Infine lo schema può instaurarsi perché il bambino si identifica con il suo caregiver e ne introietta pensieri, emozioni, comportamenti ed esperienze.

I bisogni negati

Lo schema è formato da ricordi, emozioni, pensieri e sensazioni fisiche, utilizzato per comprendere se stessi e gli altri. Anche se la sua origine risale all’infanzia o all’adolescenza, è presente in tutte le fasi della vita e proprio per questo è disfunzionale: risponde infatti con una modalità rigida, sulla base di esperienze passate, alle situazioni del presente.
Questi schemi sono resistenti al cambiamento perché rispondono ad un bisogno di coerenza e, benché fonte di sofferenza, risultano sicuri e familiari. Lo schema coglie un aspetto reale della situazione. Chi descrive la propria famiglia come fredda o anaffettiva raramente sbaglia, anche se può non comprendere correttamente le ragioni di questa situazione. La natura invalidante degli schemi si rende presente nell’età adulta quando vengono agiti senza reale consapevolezza e comunque al di fuori di una lettura della realtà adeguata al presente. La gravità dello schema è proporzionale all’intensità e durata della sensazione negativa che scatena quando si attiva.

La sensazione di fallimento

Lo schema spesso è alla base della sensazione di fallimento terapeutico, di disperazione per la propria incapacità di realizzare il cambiamento desiderato. Molto spesso queste sensazioni sono legate al fatto che non è sufficiente lavorare sul contenuto dello schema: per sciogliere il ripetersi automatico della sua attivazione è necessario un lavoro di consapevolezza sulle situazioni che lo attivano e una esplorazione profonda e non giudicante delle sensazioni fisiche, emotive e dei pensieri che l’accompagnano. In questo senso l’integrazione di mindfulness e bioenergetica offre proprio la possibilità di integrare gli aspetti corporei e mentali che contribuiscono al mantenimento dello schema e alla perdita di consapevolezza che si accompagna alla sua riattivazione.

La distinzione fondamentale che ci permette di comprendere se siamo o no in presenza di uno schema di risposta è una domanda tanto semplice quanto complessa: ho risposto o ho reagito alla situazione? Se abbiamo reagito velocemente e impulsivamente nello stesso modo è molto probabile che sia stata una “modalità automatica”, la realizzazione di quel bisogno di congruenza di cui parlavamo prima. Tutte le volte che siamo in presenza di una sensazione di ripetizione, oppure tutte le volte che ci rendiamo conto che la nostra risposta emotiva è superiore alle condizioni che l’hanno suscitata, possiamo cominciare a pensare che siamo di fronte ad uno schema ripetitivo, mal-adattativo, di risposta. In questo caso può essere utile chiedersi se la propria risposta è stata funzionale o disfunzionale, efficace o inefficace.
L’altra domanda è, “Quando reagisco in quel modo mi sembra di non essere la solita persona di sempre?
Perché se la risposta è, “non mi riconosco” allora sappiamo che stiamo entrando in contatto con una parte che abbiamo allontanato per “salvarci” e che, per riportarla a casa, passare dal corpo è importante e necessario

Quale cura?

Possiamo dire che, direttamente e indirettamente, tutto il lavoro corporeo è teso a cuirare il cuore ferito e il cuore rotto perché aumenta la vitalità. Per molte persone la sensazione di disagio associata al lavoro corporeo spesso è una sensazione così forte da ostacolare il lavoro terapeutico. Per questo, come psicoterapeuti, siamo chiamati a confrontarci prima sul terreno del contatto e del rafforzamento dell’alleanza terapeutica, e solo dopo, alla presentazione del lavoro corporeo.

L’altra forma di cura è permettere, attraverso la consapevolezza della mindfulness, il dis-ingaggio da questi schemi difensivi. Poterli esplorare e conoscere è un modo per riportare la flessibilità necessaria per il cambiamento.
Se diventiamo consapevoli di come addormentiamo il dolore o di come l’abbiamo allontanato da noi stiamo già facendo il primo passo – necessario – riportare la consapevolezza là dove la difesa ci aveva reso automatici
Il secondo passo è scegliere se proteggerci o consolarci ma smettere di difendersi anche in assenza di un pericolo reale. Se disegniamo una mappa del nostro cuore, tra ferite e rottura non stiamo facendo un lavoro inutile. Ci stiamo riportando a casa e la mappa delle ferite serve per curarle e cicatrizzare bene.

In sintesi, sapere cosa sia e cosa senta il cuore è una faccenda di cicatrici, segui la cartina muta delle ferite e trovi il luogo spoglio che chiamano cuore. Da lí in poi, guardati intorno e parla pure. Lascia segnali per tutti gli altri che seguiranno le loro piste, le loro cicatrici, per arrivare alla stessa spoliazione. Chandra Livia Candiani. Questo immenso non sapere: Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano

© Nicoletta Cinotti 2022

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Bibliografia

Nicoletta Cinotti, Mindfulness ed emozioni. Gribaudo editore

 

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