Potresti essere lontano dalla tua vita. Come sempre, vero? Una condizione comune, banale. Il corpo andrebbe da solo verso l’abisso, con lo slancio acquisito dell’età. E sotto la freschezza del sangue, una debolezza, una cenere. Una nostalgia: l’anima. Malata, sì. Probabilmente: malata. Il vero nome. Il vero nome della malattia potrebbe essere infanzia. E come tale, inguaribile. Potrebbe avere anche un altro nome: la vita. Non sarebbe in nulla una vita interiore, una retro-vita, una radura al momento irraggiungibile e dove, grazie ad un chiaro mattino d’inverno, potremmo addentrarci. Potrebbe essere una malattia, ecco tutto, e la consapevolezza che ne avresti sarebbe ugualmente la consapevolezza dell’insufficienza profonda di ogni rimedio.

Un giorno, in quest’assenza identica, cronica, potresti ricevere queste lettere, tre lettere. L’aspetto esteriore sarebbe quello di un libro. L’autore potresti essere tu, ovvero un altro. Un passante. Un’ombra, lontana. Nessuno. Christian Bobin, La sovranità del vuoto

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