Qualche giorno fa ero in un bar, in pausa pranzo, quando è arrivato un gruppo piuttosto numeroso di ragazzi, forse ai primi anni delle superiori. Carini, simpatici e divertenti e tutti uguali. Stessi colori, stesse giacche, stesse scarpe: una variazione attorno a due cose, non di più. È stato così che mi è venuto in mente di pubblicare il discorso di Anna Quindlen  sul fatto che essere perfetti ha una quota di banalità: presuppone essere come un modello esterno e non come se stessi.

C’è un altro elemento però che mi colpiva guardandoli: quanto è facile essere esclusi da un gruppo di pari. Come se l’avere gli stessi abiti avesse una funzione di rassicurazione, fosse un modo per dire Tranquillo sono come te, non porto il germe della diversità. Porto solo il germe della competizione.

Perchè tra i due virus – quello della diversità e quello della competizione preferiamo senza dubbio quello della competizione. Non importa se può fare molto danno, non importa se può lasciarci soli: l’unica diversità tollerabile è quella di essere speciali. Essere diversi e scrivere la propria storia fa paura.

Non guardo a quei ragazzi dicendo Ai miei tempi, quando andavo a scuola io…Quando andavo a scuola io era esattamente uguale, cambiavano solo i vestiti. Se non avevi l’eskimo, eri un paninaro. Il punto è che entriamo nel mondo con una paura segreta: quella di essere diversi. Una paura fortissima in adolescenza, presente sempre. Uno stato dell’essere che associamo alla sfortuna.

Eppure quella diversità – non diversamente dalla biodiversità – salva la nostra vita e la vita dell’umanità. Così ringrazio ogni giorno i diversi, coraggiosi, a volte loro malgrado. Ringrazio la mia diversità e la porto con umiltà perchè so quanto è pericoloso essere diversi. So a quante feste non sono stata invitata. Eppure so che la diversità di ognuno di noi è quello che permette la nostra crescita e la nostra evoluzione, come singoli e come gruppi. Senza il nostro pensiero divergente ci aspetterebbe solo la stagnazione: niente è più immobile della perfezione.

Siamo stati tutti espulsi dal Giardino, ma quelli che soffrono di più l’esilio sono coloro che continuano ancora a coltivare il sogno della perfezione. Stanley Kunitz

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© Nicoletta Cinotti 2018 A scuola di grazia e non di perfezione

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