Oggi siamo in Fase due, quasi 4 milioni e mezzo di persone riprendono l’attività lavorativa con nuove condizioni. È necessario imparare a tornare alla propria attività lavorativa. Come se fosse un nuovo inizio.

È un nuovo inizio perchè non avevamo mai fatto nulla in questo modo e come tutti gli inizi ci dà la sensazione di incertezza, novità, e, in questo caso, potrebbe far emergere la tentazione di paragonare il prima con il dopo. Una tentazione pericolosa velata di malinconia. Adesso per imparare a tornare abbiamo bisogno di una diversa qualità, non comparativa. Qualunque rilevatore di discrepanza adesso aprirebbe voragini di impotenza. Abbiamo bisogno di imparare ad essere presenti. Un invito forte e una occasione da non perdere.

Quando siamo presenti ci permettiamo di essere interi e di vivere questa interezza con cura e premura. L’attenzione che mettiamo nell’essere presenti lascia sullo sfondo le ordinarie preoccupazione e si focalizza su quello che è necessario. Guardare indietro potrebbe fare lo stesso effetto che fece alla moglie di Lot, che, fuggendo da Sodoma non resistette alla tentazione di guardarsi alla spalle e divenne una statua di sale. Per imparare a tornare abbiamo bisogno di guardare avanti, guardare nella direzione verso cui tendiamo. Una direzione che non può essere “tornare come prima” perchè vorrebbe dire essere di nuovo esposti al ripetersi delle condizioni che hanno scatenato questo enorme guaio ma tornare ad essere un mondo più sano. In cui la salute di tutti ci riguarda. Non è solo la nostra salute ad essere importante ma lo è la salute collettiva perchè niente da niente è diviso e ormai l’abbiamo capito sulla nostra pelle. Come tutte le crisi è anche un momento in cui si aprono nuove e diverse possibilità. Anche queste più facili da riconoscere se sapremo e potremo essere presenti. Forse, alla fine, una cosa la stiamo già capendo: tutto quello che nella vita è prezioso va curato. Quello che stiamo iniziando oggi è la cura, una cura che passa attraverso l’attenzione condivisa.

Forse ci sembra di perdere nel farlo: perdere libertà, contatto e vicinanza ma in realtà stavamo perdendo tantissimo prima, quando non lo sapevamo cosa stava succedendo. Adesso che ne abbiamo consapevolezza possiamo iniziare a costruire qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso.

Possiamo riconoscer la nostra reazione all’impermaneneza. È qui che entra in ballo la curiosità. Di solito ci limitiamo a reagire in modo abituale agli eventi della vita. Ci offendiamo o siamo felici. Ci eccitiamo o rimaniamo male. Non c’entra l’intelligenza e nemmeno la contentezza. Ma quando riconosciamo l’impermanenza come impermanenza riusciamo anche a notare la nostra reazione ad essa. Tutto questo si chiama consapevolezza, presenza mentale, curiosità, desiderio di sapere, attenzione. Comunque lo si chiami è una pratica molto utile, la pratica per iniziare a conoscerci completamente. Pema Chödrön

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© Nicoletta Cinotti La pratica su Zoom

Photo by Colton Sturgeon on Unsplash

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