Non è strano che qualcuno inizi a praticare mindfulness perché sta attraversando una piccola o grande tempesta: a volte è stress, a volte è depressione, a volte è fatica di vivere

Così arriviamo alla mindfulness con poche idee e qualche equivoco al riguardo.

Il primo equivoco nasce dall’idea che ci sia qualcosa in noi che non va (oppure qualcosa che non va negli altri). Qualcosa che va assolutamente cambiato, un po’ con lo stesso atteggiamento che abbiamo quando decidiamo che ci metteremo a dieta. (Non credo che le diete iniziate così abbiano buoni risultati ma comunque ci proviamo)

Il secondo equivoco è la convinzione che praticare  debba portare una qualche forma di rilassamento (o dimagrimento). A volte succede ma non è una garanzia del tipo “soddisfatti o rimborsati”. A volte praticare ci mette di fronte a quello che abbiamo evitato di curare e non è tanto rilassante accorgersene!

Siamo anche convinti – e questa è la terza idea confusa – che il rilassamento sia uno stato mentale superiore ad altri stati mentali e che appena comprendiamo qualcosa dovrebbe arrivare questa sorta di pace mistica con suono di campane accluso. Queste tre idee suscitano confusione perché presuppongono una progressione che, se non si realizza, ci fa sentire falliti. In più, ad aggiungere confusione alla confusione, c’è il fatto che la mente funziona per contrapposizione e quindi in genere pensiamo una cosa e il suo opposto e oscilliamo tra questi due estremi in un vacillare che ci sembra il diploma della nostra inadeguatezza. Gli altri ci appaiono forti, determinati, risoluti e vincenti e noi siamo ancora qui che vacilliamo e abitiamo nell’incertezza.

 

Tutto e il contrario di tutto

La nostra mente funziona per contrapposizione e in questo vacillare passiamo da un estremo all’altro. Estremi che fanno più o meno così:

  • Mi sforzo ovvero la convinzione dell’impegno che mi salverà e se non mi salva è perchè non mi sono impegnato abbastanza
  • Resisto. Stare male è pericoloso: devo stare bene prima possibile
  • Accettare: mi dicono di accettare il mio dolore, provo a farlo e a consolarlo
  • Sto male e non c’è niente da fare e niente che funzioni. Anche la mindfulness va bene per gli altri e non per me
  • Resisto.Nella vita non si può stare mai tranquilli, l’avevo detto io che era meglio proseguire come al solito!
  • Evitare, il più possibile, di sentire il dolore e praticare per rilassarsi

A questo punto la strada si biforca. Se abbiamo praticato è possibile che ci siano stati molti momenti di sollievo nati dal fatto che siamo stati diversamente nelle solite cose. Si è aperto uno spiraglio e quello spiraglio comincia a darci fiducia che sia possibile una strada diversa, fuori dalle nostre precedenti convinzioni

Se abbiamo lottato con sforzo e determinazione per cambiare possiamo iniziare, invece, a sentirci delusi: tanto impegno e i risultati sperati tardano ad arrivare o non arrivano con la velocità che volevamo. Che fare? Darsi tempo e diminuire la resistenza. Ma cos’è la resistenza?

La resistenza è il nostro rifiuto ad accettare la realtà così com’è. Non possiamo trasformare l’accettazione in un dovere mentale perché l’effetto sarebbe coltivare la nostra resistenza. È necessario coltivare l’accettazione nella pratica, nel luogo in cui l’esperienza si realizza: nel corpo e nel cuore. Spesso la nostra resistenza è gestita dal nostro genitore interiorizzato: una sorta di manager poco democratico che ci promette la felicità e ci nutre a sacrifici. Non mantiene la promessa di felicità ma sa come farci rimanere nella trappola

La mente organizza la resistenza ma il corpo e il cuore si fidano di quello che sentono e fanno spazio al cambiamento possibile. Che non sono gli obiettivi che ci siamo dati e nemmeno i nostri piani strategici: sono le aree lasciate vulnerabili. Le aree vulnerabili sono le nostre zone di crescita prossimale: più resistiamo, più siamo difesi e minori sono le aree di sviluppo prossimale. Più esploriamo con interesse e curiosità la nostra vulnerabilità, più traiamo forza dal nostro vacillare, sicurezza dalla nostra incertezza.

Le emozioni della resistenza vanno tutte sotto un grande cappello: avversione. E l’avversione è l’interruttore della depressione e dei disturbi ossessivi. Sarebbe interessante farne a meno, vero?

Bene, siccome è difficile cambiare le nostre convinzioni è necessario percorrere altre due strade: la strada del corpo e la strada del cuore

 

La strada del corpo

Lavorando con il corpo non sappiamo mai bene dove andremo a finire. Perché la nostra consapevolezza è sempre limitata dalle tensioni. Così, paradossalmente, è il corpo che “decide” cosa e quanto lasciar emergere. 

La strada del corpo è un grande esercizio di umiltà: ci sono cose che non accadranno, altre che accadranno anche se non le volevamo, perché, al di là della volontà e di tutti i nostri piani, c’è qualcosa di più profondo, di più originario e di più saggio che avviene e che va ascoltato.

Le basi di questo approccio sono semplici:

  • spostare l’identificazione dai pensieri al corpo;
  • lavorare sulla percezione come strumento per modificare i processi mentali;
  • esplorare l’identità funzionale tra la mente e il corpo. Alziamo il volume del corpo per abbassare il volume dei pensieri e per restituire alla nostra mente una maggiore integrazione tra pensieri, sensazioni emotive e sensazioni fisiche. Mente e corpo non possono essere separati e non esiste esperienza che non abbia impatto su entrambi ma la mente non è rappresentata solo dai nostri pensieri.

Tra la strada del corpo e la strada del cuore c’è un intimo legame

Per essere amati abbiamo bisogno di essere amabili (lovable), cioè capaci di amare (able to love). Per essere amabili è necessario essere umili, protendersi, aprire il proprio cuore ed essere vulnerabili. A. Lowen

La strada del cuore

Spesso misuriamo il cambiamento in base agli obiettivi raggiunti. Saper fare è il metro del cambiamento. Esiste però, oltre al saper fare, anche il saper essere.

Il saper fare coinvolge pratica e teoria; il saper essere coinvolge pratica, esperienza e affetti: è la strada del cuore. Nel saper fare siamo legati ai risultati. Nel saper essere al processo: questa è la strada del cuore, perché il cuore non ha convinzioni, non si irrigidisce nelle idee. Prova emozioni e sensazioni in continuo cambiamento

La strada del cuore è un invito a una volontaria azione di auto-osservazione interiore per comprendere qualcosa in più del nostro panorama emotivo, identificando emozioni piacevoli e spiacevoli. In questo modo potremmo accorgerci che molti dei nostri scambi relazionali sono condizionati dal desiderio di evitare emozioni che riteniamo sgradevoli o difficili. La strada del cuore non giudica quello che proviamo: sperimenta.  La strada del cuore non pretende che tutto vada secondo i nostri desideri: sa confortare il dolore e proteggere invece che difendersi.

 

La strada del cuore espande il range emotivo aumentando la capacità di accettare le diverse stagioni atmosferiche del cuore, nostro e altrui. In una parola facciamo quello che Pema Chodron chiama “ammorbidire il cuore”, che è non solidificare le emozioni attraverso i pensieri. Ammorbidire il cuore significa non scandalizzarsi di fronte al dolore, di fronte alla gioia, di fronte al piacere. Prima o poi incontreremo queste emozioni, perché fanno parte della vita, come le giornate di sole e quelle di pioggia. Come riusciamo ad accettarlo e a fargli spazio determina la qualità della nostra esperienza. La mindfulness è un percorso che non insegna a diventare intoccabili ma insegna ad essere vulnerabili. Non insegna ad affievolirsi ma a vacillare perché la forza che si accompagna alla nostra durezza è un’ipotesi di reato: il reato della guerra. La realtà è che abbiamo bisogno di essere flessibili, di vacillare come espressione della tenerezza fondamentale che proviamo per la vita stessa. Questo non ci renderà più deboli, né più vittime. Ci renderà solo più leggero il cammino.

Condivido con te un “Atto di armistizio temporaneo”. È nato durante un protocollo MBSR, durante l’inquiring con una persona che si lamentava di sé stessa e dei risultati raggiunti. Forse potrebbe fare compagnia anche a te.

Per le prossime sei settimane mi prendo l’impegno di dichiarare pace, di fare un armistizio per cessare gli atti bellicosi contro di me.
Dichiaro pace a me stessa, a me stesso, esattamente così come sono. Momentaneamente sospendo ogni atto aggressivo intento a cambiarmi, migliorarmi, trasformarmi attraverso il rimprovero, il biasimo, il giudizio, l’autocritica e la svalutazione perchè li ritengo impedimenti alla conoscenza di me.

Ogni volta che mi correggo, mi  rimprovero, impedisco la conoscenza di me così come sono
affermo bellicosamente che non vado bene prima di sapere davvero come sono.

Ferite inutili e crudeli contro la vastità del cuore,atti aggressivi contro la vastità della  mia bellezza.
Nelle prossime sei settimane chiamerò a testimone la mia bambina contenta, il mio bambino contento, quello che sapeva che il dono della vita è il dono della felicità.
So che non posso tradire di nuovo quel bambino o quella bambina. Non se lo meritano. Userò lo scudo del cuscino, lo scudo dell’affetto per proteggermi dalle ferite più grandi: quelle del mio giudizio contro di me.
Merito il coraggio della tenerezza.Merito l’armistizio.
Poi deciderò se riprendere la guerra. Ora dichiaro pace. © Nicoletta Cinotti

© Nicoletta Cinotti 2022

 

https://nicolettacinotti.net/eventi/mindfulness-e-psicoterapia-formazione-in-reparenting/

 

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