In lode delle piccole gentilezze
Originally published on On Being

Quella di oggi
è una meditazione dolce
in lode dell'enormità
delle piccole gentilezze.

Come la donna che lavora nel caffè: ha salutato entusiasticamente
mio padre mentre entrava
come se l'aspettasse, 
come se fosse un habitué di un gruppo alla moda
invece che un settantenne in bermuda crema e scarpe da tennis bianche.

Ci siamo incontrati qui
perché l'aiutassi a compilare un documento al computer,
a casa non sarebbe riuscito a farlo,
per quanto avesse provato a schiacciare tasti del computer
una cosa che mia madre aveva sempre fatto per lui
da quando aveva lasciato la sua fidata macchina da scrivere.

Così è arrivato al caffè
                     vulnerabile e esasperato
                     in quel modo che solo la tecnologia può farci sentire:
                     come un bambino dipendente e lento
rimpiangendo tristemente mia madre.

La barista non ha battuto ciglio
quando ha sbagliato a ordinare il caffè
ha preso l'ordine al tavolo
come se fossimo in un ristorante
e lei fosse la nostra cameriera
ha sorriso tutto il tempo come una calda aureola di luce
che ammorbidiva tutto lo spazio
tanto da fargli sentire che lui apparteneva. A quel luogo.

Non puoi immaginarti quanto quei piccoli gesti abbiano senso
a meno che tu non sia lui
a meno che tu non sia me che guardo
le sue spalle rilassarsi
                    in quel modo che possiamo fare solo quando
                    ci sentiamo abbastanza al sicuro, abbastanza visti da lasciar andare
e i suoi occhi inumidirsi, commossi, con piccole pozze tenute dalle rime delle palpebre
lacrime appena visibili, mentre sorrideva e diceva
"Lei sapeva come fare questo per me. L'ha fatto per anni.
Oggi avrebbe avuto 69 anni.Quanto mi manca"

Siri Liv Mihron
Foto di ©~DGH~

Tradotto da Nicoletta


Today’s is a soft meditation
in praise of the enormousness
of small kindnesses.

Like the café worker who waved enthusiastically
to my father as he walked in the door of the coffee shop
like she was expecting him,
like he was a regular in this hipster enclave
instead of a septuagenarian
in khaki shorts and white tennis shoes.

He met me here on my workday
so I could help him format a document —
something he couldn’t figure out how to do at home
no matter how many buttons he tried,
something my mother always did for him
in the decades after he gave up his trusty typewriter.
So he arrived at the coffee shop
             vulnerable and exasperated in that way
             that only technology can make us feel:
             like slow, dependent children — and
sorely missing my mother.

Like the barista who didn’t blink
when he ordered his coffee the wrong way,
when he said la-TAY instead of LAH-tey,
who took his order from our table
as if we were in a sit-down restaurant
and she was our waiter,
who smiled the whole time like a halo of warm light,
softening the space everywhere,
who made him feel like he belonged.

You cannot know how those small gestures matter,
unless you are him,
unless you are me, watching,
unless you see his shoulders relax,
             in that way that we can do only
             when we feel safe and seen enough to let go,
and his eyes dampen, the tiny liquid pools held in at the rims,
barely noticeable, as he smiles and says,
She always knew how to do this for me. For years she did this.
She would have been 69 today. How I miss her.
Siri Liv Mihron

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