Per i cinesi il giardino è oggetto e insieme strumento di contemplazione. Loro sostengono che i poeti, i filosofi, gli uomini politici, i governanti devono averne uno da contemplare, meglio se da curare. Pensano anche che non sia bene vederlo tutto in una volta: la visione di un aspetto grandioso va preparata attraverso passaggi di visioni minori ma attentamente studiate e graduate, altri aspetti vanno schermati. Ogni apertura incornicia una parte del giardino, per esempio un’ansa del corso d’acqua che lo attraversa, una pianta contorta resa venerabile dall’età, un rampicante appoggiato a una lanterna di pietra inverdita dal muschio.

Il paesaggio si svela a poco a poco secondo un’accurata scenografia, come uno di quei dipinti lunghi che possono essere visti soltanto srotolandoli. «Costruendo così il giardino», scrive Chen Congzhou che ne è considerato un esperto, «da un quadro nasceranno altri quadri, un metro sembrerà lungo un chilometro e di tutto ci rimarrà un piacevole e ricco ricordo.» Non si tratta di un astuto stratagemma per compiacere il visitatore: le finestre, le cui forme simboliche sono aperture contemplative, sono realizzate per offrirgli occasioni differenti di contemplazione e meditazione della natura, di purificazione dei desideri e dei sentimenti attraverso di essa.(…)

Le finestre di questi giardini mi danno un suggerimento che voglio accogliere: quello di sapermi dare ogni tanto, in questo spazio così aperto e potenzialmente distraente, un oggetto di contemplazione, uno solo. Quei louchouang, posso farli essere in me, posso cioè aprire finestre sul particolare che potrei trascurare, porlo idealmente in cornice e, così isolato, contemplarlo. Del resto, oggi il bambù me l’ha indicato. Cercavo di aprirmi un varco tra i fusti di nuova generazione non ancora diradati; guardavo in alto, affascinata dal loro slancio sicuro, e non ho visto a terra un tratto sporgente del rizoma, ho incespicato e sono caduta malamente. È stato un caso, un incidente? Un primitivo non lo direbbe mai. Padre Trilles, un missionario-etnologo che ci ha fornito elementi preziosi sulla religiosità dei Pigmei africani, scrive di una vicenda molto simile alla mia: camminava nella foresta insieme a un indigeno e questi, inciampato in una pietra, si è chinato e le ha rivolto la parola: «Ah, sei tu? Sei qui?». Gli uomini che noi chiamiamo primitivi sentono, in quelle che noi chiamiamo cose, la presenza di esseri superiori. Pensano: chi mi ha fermato non è una pietra, è il divino; lo riconosco, mi chino, gli parlo, lo ascolto. © Bonavia Giorgetti, Adriana. Quando si contempla (la pietra filosofale) (Italian Edition) . Enrico Damiani Editore. Edizione del Kindle.

© www.nicolettacinotti.net Per la Rubrica “Addomesticare pensieri selvatici”

Esercizio Tratto da“Mindfulness in cinque minuti”

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