Come costruiamo il nostro senso d’identità? Cos’è che ci fa dire, questa sono io? Su quali caratteristiche basiamo questa sensazione di noi? Gli occhi, il peso, la professione, il titolo di studio? L’essere da soli o in relazione?

E in che modo questi aspetti ci restituiscono un senso di valore, di superiorità o inferiorità? Sono domande che hanno risposte che, spesso, rimangono tra le pieghe, implicite, non espresse. A volte nemmeno percepite. Eppure è il nostro senso di noi che definisce ciò che possiamo accettare e quello verso cui proviamo avversione. È il nostro senso di identità che ci permette di sentirci parte di un gruppo, una famiglia, una comunità oppure ci fa sentire estranei. Diversi dagli altri.

È come costruiamo la parola io, che ci fa sentire unici o speciali, e ci porta a reagire ogni volta che sentiamo una minaccia a questo senso di identità, rischiando di chiuderci a quelli aspetti di novità che stanno bussando alla nostra porta. Che sono lì ad aspettarci. Sapere cosa intendiamo per io, me e mio, ci dice tanto rispetto a ciò che, in questo momento, consideriamo parte della nostra vita e della nostra storia. E cosa, invece, siamo pronti a ritenere estraneo. A volte così estraneo da meritare una difesa.

Spesso il nostro senso di identità nasce proprio così: dalla percezione di noi che costruiscono le nostre tensioni muscolari. Dalla percezione di come siamo quando ci sentiamo armati e difesi. Da quella sensazione di forza che produce la contrazione e che invece nasconde solo una paura. La paura della nostra vulnerabilità.

Cosa rimarrebbe della nostra definizione di noi stessi se facessimo la pace con la nostra vulnerabilità? Se ci dicessimo che essere vulnerabili è un segno del fatto che siamo vivi e in cambiamento. Che essere vulnerabili non significa che siamo a rischio d’estinzione. Significa che siamo in procinto di crescere. E che domani, che lo vogliamo o no, saremo diversi. Anche se la nostra definizione di chi siamo non avrà subito aggiornamenti.

Si dice che a impedirci di vivere pienamente la vita possa essere proprio l’attaccamento all’idea che abbiamo di noi stessi, che questo sia un ostacolo tenace alla comprensione di chi e che cosa siamo in realtà, di ciò che conta davvero e che è davvero realizzabile. Può darsi che attaccandoci al nostro modo autoreferenziale di considerarci e di essere, alle parti del discorso che chiamiamo pronomi personali o possessivi (io, me, mio), noi alimentiamo l’abitudine di aggrapparci alle cose secondarie e trattenerle, e di lasciar perdere o dimenticare allo stesso tempo le cose fondamentali.A impedirci di vivere pienamente la vita è proprio l’attaccamento all’idea che abbiamo di noi stessi. Questo solleva immediatamente la questione dell’identificazione, dell’autoidentificazione e della nostra abitudine a reificare, ossia rendere concreto, il pronome personale facendone un « sé » assoluto e indiscusso, e poi di vivere all’interno di quella che chiamiamo « la mia storia » per tutt’una vita senza esaminarne l’accuratezza o la completezza. Jon Kabat Zinn

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro

© Nicoletta Cinotti 2017 Risolversi a cominciare Foto di ©marcela c.

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