Dico sempre la mia età: provo imbarazzo a nasconderla. Le donne sono abituate a non dirla come se avessero la data di scadenza e fosse meglio tenerla nascosta per non finire nel cestino della spazzatura.

Eppure, se penso a me stessa, non tornerei indietro. Non tornerei alla fatica dei 30 anni, all’impegno e alle lotte dei 40. L’unico periodo di cui farei un bis e questo decennio tra i 50 e i 60. Sono una young old, come dicono i medici e la mia aspettativa di vita è di altri 30 anni almeno, dicono le statistiche.

La cosa più strana è che ho cominciato a sentirmi bella a 50 anni: prima vedevo solo i miei difetti. A 50 anni ho avuto un problema di salute serio e misterioso e ho capito che la mia severità non aveva senso. Ho cominciato a diventare bella: certo non ho più la pelle dei 30 anni, né il fisico dei 40 quando correvo, andavo in palestra e mi allenavo anche a casa (ho avuto anch’io il mio decennio fitness!). Sono più bella perché mi sento più a mio agio con me stessa e porto i segni del tempo con fiducia. Ricordo bene com’era il mio viso da giovane: adesso sono curiosa di vedere come diventerà quando sarò vecchia.

Ah, dimenticavo stare seduti troppo tempo sta diventando la seconda causa di mortalità: peggio del fumo!

I regali di mio marito

Mio marito non indovina un regalo, tanto che a volte mi chiede “Cosa vorresti?” come se fosse una lista nozze. Abbiamo risolto il problema con semplicità: non mi fa regali. Anzi non mi fanno regali perché anche nostro figlio ha abbreviato la sofferenza nello stesso modo: dicono che ho gusti troppo personali. Mi regala però qualcosa che non ha prezzo: continua a guardarmi come se fossi la donna più bella del mondo. Quel regalo ha effetti magici su di me, anche se sappiamo entrambi che non è vero. Sappiamo tutti che la bellezza sta negli occhi di chi guarda ma ce ne dimentichiamo: lui me lo ricorda.

Il suo carattere nel tempo è cambiato e stiamo diventando una di quelle coppie autonome e inseparabili insieme. Un po’ come sono i miei genitori. Hanno litigato tutta la vita come matti ( o meglio mia madre ha litigato con mio padre che, silenziosamente, soprassedeva mandandola ancora più su tutte le furie). Però anche lui ha continuato tutta la vita a guardarla come se fosse la donna più bella del mondo. Adesso mio padre sta staccando, progressivamente, i contatti con il mondo. Se ne sta andando proprio come ha vissuto: silenziosamente.

Ecco vorrei dire una cosa: a 65 anni il tempo che una persona passa in attività comunicative è circa del 50%. Una persona di 75 anni comunica per l’8% del suo tempo: questo è il vero invecchiamento. Smettere di avere qualcosa da dire. Mio padre ha sempre parlato pochissimo ma sono convinta che questo ha disegnato il suo invecchiamento. Anche mio marito parla pochissimo così, quando torno a casa la sera, lo faccio parlare: impresa vana. Gliel’ho spiegato che deve parlare di più perché si invecchia meno e meglio. Ricordatelo anche tu: il silenzio è fondamentale ma non comunicare è un’altra cosa.

Il sesso e l’attrazione

Essendo stata sposata tutta la vita non sono una grandissima esperta in seduzione. Una cosa però l’ho capita. Il sesso cambia e ci cambia. Per me è sempre stato, prima di tutto, intimità. Piacere e intimità o il piacere dell’intimità. Per questa ragione non ne parlo molto ma condivido quello che ha detto Chiara Nardini, l’amica sessuologa presente al Silver Economy Forum sabato. Dopo la menopausa la sessualità dominata dagli ormoni è meno intensa. non possiamo far partire solo dalla pancia, dal corpo, l’impulso alla sessualità. Questa sessualità Bottom up – dal corpo verso la mente – deve essere sostituita o integrata con una sessualità Up down – dalla mente verso il corpo – dove la mente, le fantasie, la preparazione dell’incontro hanno un valore sempre maggiore. Io aggiungerei che la sessualità non è solo penetrazione. Credo che per una donna la sessualità non sia solo penetrazione. Abbiamo una bella superficie di pelle sensibile agli stimoli: le rughe non  diminuiscono la superficie di pelle sensibile.

Nella pausa caffè mi ha raccontato che ha recentemente tenuto un  incontro sulla sessualità rivolto esclusivamente agli uomini. La persona che collaborava con lei nell’organizzazione era convinta che sarebbe stato un  flop: sono arrivati 30 uomini con tanto di blocco notes: c’è speranza sulla terra!

La creatività: non sono i singoli atti a cambiare le cose, ma la continuità

L’altro regalo che mi ha fatto il tempo è stata una maggiore creatività. Per anni sono stata ossessionata dal rispetto delle regole e dalla perfezione: il risultato era che facevo poco per non sbagliare. Invecchiando mi sono accorta che è assurdo perdere tempo per cercare di fare qualcosa di perfetto. Se rileggo i miei post dell’inizio del blog non mi piacciono. Sono troppo scarni, potrebbero essere corretti linguisticamente, alcuni potrei direttamente cancellarli. Non lo faccio per onestà: so che ogni giorno scrivo una bozza. Il testo definitivo forse non vedrà mai la luce ma se aspettassi di fare il testo definitivo per mostrarlo non avrei la forza di andare avanti. Così ogni giorno espongo – a volte con coraggio, a volte con vergogna – quello che ho pensato e che è diventato parole. Ma se non ci fossero le persone che mi leggono e che mi dicono – ognuna in modo diverso – “condivido quello che scrivi, lo provo anch’io”, non riuscirei ad andare avanti. La creatività è un atto pubblico, collettivo. Niente di più collettivo che fare un figlio o scrivere un libro. O fare un post: ti esponi al pubblico, all’altalena dell’approvazione e disapprovazione ma la creatività è qualcosa che deve vedere la luce. Ci permette di andare un passo oltre a dove siamo e, andandoci, ci permette di arrivare a quel punto e di spostare oltre l’asticella. Continuerò a “Scrivere la mente”: questo sono i miei post. Esploro il territorio della mente e disegno con le parole i suoi paesaggi.

Se fossi una scrittrice forse scriverei come Cinzia Pennati, anche lei blogger, e scrittrice. Ha detto una cosa che mi ha colpito. Ha detto “Ci ho messo tanto a dirmi che sono una scrittrice”. Le donne sono così: hanno dentro, tutte, un’anima insicura. È per questo che sono incredibilmente forti: perché partono dalla loro insicurezza tutte le volte che fanno qualcosa. Studiano come matte, sono perfezioniste, insistenti e ostinate perchè partiamo tutte dal sapere che abbiamo un nucleo di insicurezza. Dico la verità: invecchiando sono diventata più sicura ma il nocciolo dell’insicurezza è sempre lì. A volte splende come un diamante e lo ringrazio: è la mia assicurazione sull’umanità. La cosa più bella della relazione di Cinzia Pennati al Silver Economy Forum era che diceva cose che vibravano delle sue emozioni, proprio come fa quando scrive. Lei scrive così: descrive quello che prova e diventa una trama narrativa. È un’altra declinazione dello stesso tema: scrivere la mente (Eppoi firma le copie con un  pennino da calligrafa e il timbro rosso di un cuore: ditemi voi quanto sa osare nella sua insicurezza!).

Gli atti creativi hanno bisogno di coraggio. Avere coraggio vuol dire seguire il cuore e sapersi dire la verità. Ogni giorno milioni di donne compiono atti di coraggio. Non sono i singoli atti a cambiare le cose, ma la continuità. Le gocce d’acqua bucano la pietra. Cinzia Pennati

I figli: che miracolo

Ho tre figli: due me li ha prestati mio marito e un figlio l’abbiamo fatto insieme. Quello che mi assomiglia di più è il figlio maschio che mi ha prestato mio marito. Gli altri due molto meno. Confesso che tra gli elementi di incertezza metto anche la maternità. Non penso di essere stata una buona madre: essere psicologa e madre è un fattore di rischio. Mi sono impegnata come tutte: troppo. Quando ho iniziato ad impegnarmi meno è andata meglio. Adesso avvicino mio figlio naturale attraverso la sua futura moglie: diventerò suocera. Con lei riesco a stare bene e mi rivela informazioni preziose su di lui che non conosco. Infatti credo che un figlio non lo conosci mai del tutto. Almeno io non credo di conoscerlo e so che molte cose me le nasconde volutamente. È molto diverso il nostro rapporto da quello che mi sarei immaginata. Non sono stata una madre classica: non ci sono riuscita. Ho provato ma l’aspetto materno di mio marito, di suo padre, ha vinto. Gli veniva spontaneo essere materno, a me molto meno. Alla fine abbiamo accettato tutti che io facevo il papà, lui la mamma e lui l’indipendentista basco.

Una cosa però la condivido. Riccardo Giannitrapani – in twitter Orporick – insegnante di matematica e fisica che avrei voluto avere al Liceo e così non sarei diventata psicologa, oggi ha fatto un post che sottoscrivo – e pratico – più possibile. Eccolo:

Lo dico con delicatezza, io penso che gli adulti dovrebbero evitare di vantarsi pubblicamente dei risultati (scolastici e non) dei propri figli e delle proprie figlie. Bisogna esserne felici per loro e con loro ma l’ostentazione rasenta il possesso. Ognuno poi educhi come crede. Orporick

Ecco quando le persone invecchiano incominciano a non parlare più di sé stessi ma della vita dei propri figli, nipoti, pronipoti: mi fa venire una tristezza infinita. È un po’ come dichiarare che non abbiamo più niente da dire (vedi al paragrafo I regali di mio marito). Come se la nostra vita avesse senso solo di luce riflessa. Non fatelo: splendete di luce propria a qualunque età!

La bellezza del tempo

In Giappone ci sono molte parole diverse per declinare la relazione tra il passare del tempo e la bellezza: mono no aware (il phatos delle cose), wabi (sommessa e austera bellezza), sabi (patina rustica), shibusa (bellezza che coniuga ruvidità e raffinatezza), yūgen (profondità misteriosa), iki (stile raffinato) e kire (taglio) sono alcuni di queste parole, la maggior parte delle quali sono accomunate dalla nozione buddhista (in particolare Zen) della transitorietà ed evanescenza della vita.

Mono no aware descrive la bellezza delle cose che svaniscono, oltre a indicare attenzione e ammirazione per ciò che mostra i segni dello scorrere del tempo e del suo fluire spontaneo nel corso irreversibile dei processi naturali: insomma il nostro viso può essere mono non aware. L’immagine associata alla bellezza fragile che cambia è quella dei fiori di ciliegio che durano solo una settimana per poi trasformarsi in quei meravigliosi frutti del desiderio che sono le ciliegie. Wabi sabi invece è l’accettazione della transitorietà e imperfezione delle cose. Il termine può essere tradotto con “introduzione, pausa, accelerazione”: ciò significa essenzialmente che tutte le azioni compiute dovrebbero iniziare lentamente, accelerare, per poi finire rapidamente. La mia vita è iniziata in modo accelerato. Solo dopo ho imparato a rallentare. Però, quando sarà il momento, vorrei finire rapidamente: anche quella è una forma di bellezza e la medicina dovrebbe permettercelo.

© Nicoletta Cinotti “Scrivere la mente”

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