Siamo esperti nel cercare significati, a volte anche molto fantasiosi. Cerchiamo di capire come mai ci succede qualcosa, che significato ha quello che ci accade e la risposta che troviamo è sempre coerente con la storia che abbiamo lasciato a metà, che è la storia che scriviamo ogni giorno, la storia della nostra vita.

Una storia fatta di interpretazioni degli eventi, di significati inconsci e ragioni razionali. Un teorico e ricercatore in psicologia dell’età evolutiva mi raccontava, tempo fa, che le cose che raccontano i bambini sono sempre vere:  le ragioni che trovano dietro a questi eventi però raramente lo sono. Così un bambino può pensare che i suoi genitori si siano separati per colpa sua, può credere che sia colpa sua se la mamma si è ammalata o il papà arrabbiato. Quello che prova – il disagio, la paura, il dolore – sono effettivamente collegati a quella situazione. La sua ricerca di cause ed effetti è però fallace. I genitori non si sono separati per causa sua, né la mamma si è ammalata per causa sua, e nemmeno il papà è arrabbiato con lui (o solo con lui). La sua comprensione della realtà è parziale e così risulta parziale la sua ricerca di spiegazioni: trova le più semplici.

Noi siamo così: troviamo spiegazioni alla nostra portata ma ci dimentichiamo che spesso la visione che abbiamo è parziale e quindi sono parziali anche le nostre spiegazioni. Eppure l’interpretazione – attività nata in area psicoanalitica – è diventata uno sport nazionale: il tale ha fatto così perchè…e l’altro ha detto così perché. Non c’è esercizio pubblico dove entro che non mi dia la possibilità di raccogliere fini interpretazioni sulle ragioni di qualcosa. Anche quando, come dice Vasco Rossi, un senso non c’è. Le cose accadono e basta. Possiamo starci dentro e viverle o cercare – vanamente – di scappare ma la ricerca di un senso e una ragione non ci offre un aiuto in più. Copre solo la tensione che proviamo di fronte all’incertezza.

C’è un altro motivo per cui non amo le interpretazioni: perchè la nostra mente è avida di coerenza narrativa. Deve scrivere una storia e quindi ha sempre in mente un epilogo. E ci adeguiamo a quell’epilogo, rendendolo vero. Anche quando, invece, ci sarebbero più destinazioni possibili. Perché, invece di sforzarsi a dare significato a ciò che è già accaduto non mettiamo lo stesso impegno nell’imparare qualcosa di nuovo? Perché, anziché comprendere il vecchio, esausto significato della storia della nostra vita, non iniziamo un quaderno nuovo?

La chiave è imparare cose nuove, piuttosto che cercare di cambiare quello che abbiamo già imparato. Niklas Torneke

Pratica di mindfulness: Lasciar andare (pratica live)

© Nicoletta Cinotti 2018 La cura del silenzio

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