Di quanta coerenza abbiamo bisogno per sentirci integri? Quanto rimaniamo sorpresi quando reagiamo in un modo che riconosciamo come nostro eppure pensavamo di aver superato o risolto?

L’altra sera una delle persone che partecipa al protocollo raccontava di un episodio in cui aveva provato molta irritazione e si diceva delusa di fare ancora così, malgrado la mindfulness. Certamente la pratica ci consente maggiore consapevolezza, maggiore calma e integrazione ma non è un processo che garantisce coerenza. È un processo che offre strumenti che sostengono la nostra capacità di rispondere e non reagire ma non ci garantisce che non reagiremo più perché non è un sedativo che cancella parti di noi. È un invito che abbiamo bisogno di raccogliere ripetutamente, senza scandalizzarci delle ricadute, guardandole con un po’ d’affetto e un po’ d’ironia. È una pratica che ci consente di recuperare l’energia dell’errore e di trasformarla in apprendimento.

Così quando si attiva la nostra reattività, quando perdiamo la pazienza o prevale il giudizio di biasimo su di noi o sugli altri anziché scandalizzarci potremmo domandarci cosa ci spaventa, quale vulnerabilità cerchiamo di proteggere con la nostra contrazione e con le nostre difese. Ogni giorno la coerenza si impasta con la farina del cuore ma non sappiamo prima quanto lieviterà il pane delle nostre emozioni. Un pane che facciamo ogni giorno daccapo: la fame è la nostra vulnerabilità.

Perché alla fine tutto ruota attorno alla vulnerabilità: cerchiamo un modo per vivere e riteniamo che la vulnerabilità ci esponga al rischio di incredibili ferite. Permettiamoci di avere il cuore infranto, tanto è infranto anche quando reagiamo. Partiamo dal cuore infranto e qualunque attacco abbiamo subito facciamo il gesto più gentile e contro-intuitivo del mondo. Occupiamoci del nostro dolore prima di occuparci del nostro aggressore. Diamoci gentilezza e compassione prima di difesa e contrattacco. Per ricordarcelo facciamolo ogni giorno perché forse non ce ne siamo accorti ma ogni giorno potremmo aver ricevuto un graffio che contribuisce all’esasperazione.

All’inizio del viaggio, dice una storia zen, la montagna in lontananza sembra una montagna. Nel corso del viaggio, la montagna cambia continuamente aspetto. Non la riconosciamo più, al suo posto c’è un’immagine illusoria, non sappiamo più verso che cosa ci stiamo dirigendo. Alla fine del viaggio, ecco di nuovo la montagna, che però non ha niente a che vedere con quello che scorgevamo da lontano tanto tempo prima, quando ci siamo messi in cammino. Questa è davvero la montagna. Finalmente la vediamo. Siamo arrivati. Ci siamo. Emmanuel Carrére

Pratica di mindfulness: Un respiro affettuoso

© Nicoletta cinotti 2022 Reparenting ourselves

 

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