Nella mia vita cambio diversi cappelli, magari nello stesse giorno posso avere il cappello della psicoterapeuta, della scrittrice saggista, dell’insegnante di protocolli. In parte questi cappelli si sovrappongono ma non sono affatto identici e mi permettono di vedere che, molto spesso, facciamo confusione tra gli effetti terapeutici della mindfulness e gli scopi terapeutici della psicoterapia. Una confusione che fa sì che le persone si trovino a vagare dall’una all’altra come uccellini che non trovano più la finestra per uscire dal solaio dove si sono infilati in cerca di tepore. È una confusione dannosa, oltre che dolorosa e proverò a mettere un po’ di ordine (la mia specialità domenicale è mettere ordine!).

Quand’è che dobbiamo fare una psicoterapia?

Ci sono situazioni in cui la psicoterapia – la cura vera e propria – è necessaria o indispensabile. È quando il dolore o il disagio che stiamo vivendo va oltre la nostra soglia di tolleranza e ci sentiamo sopraffatti. Attenzione però: questa valutazione non va fatta sulla base della gravità oggettiva della situazione ma soggettiva. Ci sono persone che possono sentirsi sopraffatte anche in situazioni non gravi e altre che reggono bene anche in situazioni molto difficili. Questa differenza è fatta dall’integrità dell’Io e del Sé: tanto più il nostro sviluppo e la nostra crescita sono state buone – o ci hanno fornito resilienza – tanto più abbiamo una naturale capacità di tollerare le situazioni difficili o sfidanti.

Guarda l’immagine accanto. Se ti senti in grado di gestire la difficoltà – anche di fronte a eventi dolorosi – non è necessario iniziare una psicoterapia. Può essere utile ma non è necessario che sono due cose ben diverse. Non è vero che tutti dovremmo fare una psicoterapia così come non è vero che tutti dovrebbero prendere un antibiotico. Se facessimo così svilupperemmo una resistenza agli antibiotici su scala mondiale che sterminerebbe la popolazione in men che non si dica.

Poi ci sono le situazioni sfidanti: difficili ma siamo ancora in grado di affrontarle perché riusciamo a tenere la padronanza sui nostri impulsi e a produrre pensieri riflessivi e non rimuginazione. Infine ci sono le situazioni in cui siamo sopraffatti: non riusciamo ad organizzare i pensieri, siamo occupati da emozioni molto intense e riduciamo la nostra capacità di gestire la nostra vita. Entriamo in un imbuto dell’esaurimento molto dannoso che ci porta ad eliminare tutte le attività piacevoli perché non abbiamo energia che per quelle strettamente indispensabili.

Incominciamo ad avere disturbi del sonno, mancanza di energia, un umore sempre più basso fino a che facciamo solo quello che è strettamente necessario perchè non ci solleva nemmeno la possibilità di incontrare amici o di divertirsi in qualche modo (DPCM permettendo).

Cosa fare quando arriva una persona in questa situazione?

In genere noi siamo “smaniosi della fretta”: ci mettiamo anni a stare male e poi pretendiamo di guarire in un attimo. In realtà quando una persona arriva da noi psicoterapeuti in questa situazione la prima cosa da fare è trovare un modo per dare conforto ai sintomi. Perché è necessario? Perchè il nostro organismo è basilare: fino a che non sta meglio non riprende la funzione riflessiva che è quella funzione in cui corpo, mente e cuore si incontrano. Quando stiamo male abbiamo tutte le nostre funzioni cognitive – magari sono anche iper-attivate – ma capiamo razionalmente senza cambiare praticamente. Quindi il primo step è calmare le acque e il secondo step è comprendere come mai si sono agitate tanto…ma non è compito di questo articolo spiegare questo passaggio.

In questa situazione però molte persone possono rivolgersi alla mindfulness, perché è apparentemente più semplice e rapida, più economica, ha un termine definito ed è maggiormente autogestita.

Attenzione però perché la mindfulness può dare conforto immediato ma inverte tutte le strategie di evitamento: anziché scappare da quello che ci fa paura, ci invita, ben preparati, ad andargli incontro e guardarlo negli occhi. A distanza di sicurezza, con tutti gli antidoti di questo mondo ma sempre a guardarlo negli occhi.

La storia dei demoni

C’è una storia che descrive bene questo passaggio. Io l’ho letta in uno dei libri di Sharon Salzberg. Un giorno il Buddha decide di mandare un gruppo di praticanti a meditare nel bosco ma i demoni degli alberi di quel bosco non erano contenti di ospitare questo gruppo di meditanti, così iniziarono a disturbarli e perseguitarli con ogni sorta di dispetti. Allora tornarono dal Buddha chiedendo di poter andare a meditare in un altro bosco ma il Buddha rispose loro che non era proprio il caso di fuggire da questa difficoltà e nemmeno di combattere i demoni. Avrebbe dato loro un antidoto – La pratica di Gentilezza amorevole o Metta – ma avrebbero dovuto tornare a meditare in quel bosco, incontrando la loro rabbia e la loro paura che era ben più importante dei demoni. E così fecero fino a che la pratica di Metta addomesticò gli spiriti demoniaci degli alberi e divennero amici dei meditanti. Un happy end che dice che possiamo diventare amici della nostra rabbia e della nostra paura, anche senza combatterla ma attraverso degli antidoti.

Ovviamente questa è una metafora del fatto che meditando incontriamo, prima o poi, i nostri demoni. Possono essere demoni miti o demoni crudeli ma se siamo solidi posiamo affrontarli. Se stiamo male però i nostri demoni potrebbero vincere perché siamo già sopraffatti dalla loro presenza: non è quello il momento di fare mindfulness. In quel momento dobbiamo fare psicoterapia e usare i modi leciti e compassionevoli che conosciamo per placare la nostra rabbia e la nostra paura.

Chi stabilisce il confine? Il confine tra due stati è facile da stabilire: arriviamo alla dogana e vediamo che ci sono dei segnali del passaggio tra uno stato e l’altro. Ma qui parliamo di un confine interiore: è necessario stabilirlo per prima noi e, successivamente, avere il parere dell’insegnante di mindfulness.

La storia degli antidoti e la confusione tra curare e combattere

Io capisco benissimo che quando stiamo male vorremmo che il dolore andasse via prima possibile. Conosco la sofferenza psicologica per esperienza diretta e indiretta e tutti i giorni me ne faccio una dose abbastanza alta, malgrado questo non sono ancora vaccinata! Fino a che siamo vivi sentiremo dolore. Possiamo usare qualunque strumento compensativo – lecito o illecito – ma il dolore è l’altra faccia della gioia. Entrambe sono sempre presenti. Inoltre bisogna stare molto attenti a “voler combattere” il nostro dolore. È una parte che ha diritto ad essere confortata e non combattuta, semplicemente perché è una parte di noi che soffre e che ha sofferto. Ha bisogno di essere curata. I nostri tentativi di combatterla con tutte le nostre forze, impedendole di esprimersi, rischiano di produrre esattamente il contrario: un rafforzamento del sintomo.

Quando soffriamo ci dividiamo in tre (metaforicamente): la parte che soffre e le due parti che cercano di prestare soccorso. Le due parti che cercano di portare soccorso sono divise in schieramenti contrapposti

  • Il protettore pro-attivo è focalizzato sul funzionare, sull’imparare, sull’essere preparato e stabile. Cerca di prevenire che le nostri parti sofferenti prendano il sopravvento invadendoci con emozioni difficili e lo fanno attraverso una serie di tattiche tra cui la determinazione, l’attività, la critica e, qualche volta, la vergogna.
  • Il protettore reattivo ha lo stesso obiettivo del protettore pro-attivo: estinguere e ridurre la percezione del dolore ma si comporta come se fosse un vigile del fuoco che deve sedare un incendio o il guidatore di un ambulanza che deve portare un paziente grave in ospedale. Tende ad essere molto reattivo, con un senso forte di pericolo che, a volte, può essere decisamente sproporzionato. È un protettore troppo combattivo che si attiva quando scatta l’emergenza e l’emergenza può essere attivata anche da segnali minimi. Può arrivare ad usare manovre estreme per tenere a bada il dolore come l’alcol, le droghe o l’abuso di antidolorifici. A volte è in aperto conflitto con il protettore pro-attivo e diventa allora necessario trovare il modo di uscire da questa polarizzazione per riportare all’attenzione l’interesse primario: la cura del nostro Sé.

La mindfulness cosa fa a questo punto? Offre strategie per il protettore pro-attivo e strumenti di conforto ma se il protettore reattivo è troppo forte si mette a litigare con la pratica di mindfulness. Ci fa evitare la pratica, dice che non funziona, la svaluta. Semplicemente perchè non vuole abbandonare i suoi metodi guerrieri. Non hanno funzionato ma si sa che, in fondo, quando siamo in difficoltà i metodi forti ci piacciono sempre un po’.

Allora quando faccio un protocollo mindfulness?

Quando è il momento giusto per fare un protocollo mindfulness, chiederete voi? Quando siamo nei primi due cerchi. Ossia quando ci sentiamo in grado di fronteggiare la situazione oppure siamo in una situazione sfidante ma non estrema. Quando siamo sopraffatti è necessario fare una psicoterapia, magari bastata sulla mindfulness, ma una psicoterapia. E poi? E poi ricordiamoci che la psicoterapia ha un inizio e una fine e che è importante riconoscere il momento di fine di una psicoterapia che non è il momento in cui sono finiti i problemi – quelli non finiscono mai – ma il momento in cui siamo diventati autonomi rispetto agli strumenti appresi in psicoterapia e, in questo senso, la Mindfulness e i suoi protocolli possono essere una valida integrazione della psicoterapia e un buon modo per arrivare alla conclusione della psicoterapia. Arriva un momento in cui noi possiamo continuare a curarci, con la meditazione, con l’espressione creativa, con il lavoro corporeo ma siamo noi a prendere in mano la situazione rispondendo alla domanda basilare di ogni cura: “Di che cosa ho veramente bisogno in questo momento?”

© Nicoletta Cinotti 2020

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