Ieri è stata la giornata mondiale dell’instabilità nella connessione. Ho iniziato con la diretta FB che richiede un nuovo applicativo – perché le cose troppo facili non piacciono a Mark – poi ho avuto problemi con le sessioni online – ma sono riuscita a farle tutte – e per finire la diretta streaming con Jon Kabat-Zinn – a cui ero stata la prima ad arrivare su Zoom suscitando la sorpresa dell’host è crashata (ma oggi puoi vederlo su YouTube, anche qui grazie ad un nuovo applicativo). Perché ti racconto questo, sapendo che non è molto diverso da quello che vivi ogni giorno anche tu, inseguendo lezioni online, ordini online e smartworking?

Perché mi ha messo in contatto con una evidenza che non avevo affatto considerato. Noi abbiamo bisogno della connessione, intesa in senso generale come possibilità di entrare in contatto con gli altri e con il mondo esterno. Ma non ci basta essere connessi: desideriamo che questa connessione abbia carattere di stabilità e sicurezza. Tutto quello che è instabile e soggetto a disconnessione – nelle relazioni umane come in quelle virtuali – suscita frustrazione. Non è la frustrazione della solitudine, come alcuni dicono, quella che stiamo vivendo. È la frustrazione dell’instabilità, Qualcosa che rende la mancanza di connessione, e la solitudine, ancora più difficile.

È vero, per alcuni di noi la solitudine può essere pesante ma la amiamo anche. A volte la ricerchiamo e la desideriamo come modo preferenziale per prendere contatto con noi stessi. Quello che è davvero difficile è non poter avere il controllo sulla stabilità di questo contatto. Poter scegliere e decidere quando stare in contatto e quando terminare il contatto. Rimanere invischiati in contatti troppo prolungati o essere esposti alla perdita del contatto quando, invece, ancora lo desideriamo. Non è la solitudine che temiamo di più: è l’imprevedibilità. La temiamo talmente tanto che, a volte, facciamo richieste impossibili di stabilità.

Qualche giorno fa una persona che fa il protocollo MBSR online con me e che per due volte non è riuscita a connettersi per problemi suoi mi ha detto che io avrei dovuto trovare una soluzione. Non c’era ironia nella sua voce, nemmeno autocritica: era seria e perentoria. C’era la convinzione sorda del bambino che scopre che i genitori non sono onnipotenti e questa scoperta lo fa arrabbiare e, contemporaneamente, diventare adulto.

Oggi siamo tutti in quella transizione: scopriamo che nessuno ci può garantire la stabilità. Nessuno ci può proteggere dall’imprevedibilità. Siamo esattamente nel punto in cui abbiamo imparato a camminare. L’abbiamo fatto cadendo molte volte. Qualche volta ridendo ci siamo tirati su. Qualche volta piangendo, ci hanno tirato su. Ma non ci siamo abbattuti e abbiamo imparato a camminare. Abbiamo imparato che crescere non vuol dire stare nella solitudine ma nell’instabilità. Con affetto Nicoletta

All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
Io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli
Poi sconfitto tornavo a giocar con la mente e i suoi tarli
E la sera al telefono tu mi chiedevi
“Perché non parli “

I giardini di Marzo, Battisti Mogol

Pratica di mindfulness: Centering meditation Poi, se tutto va bene ci vediamo alle 8 su FB (Ho scaricato il nuovo applicativo!)

© Nicoletta Cinotti 2020 Back to basics 9

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