Molte delle nostre difficoltà sono mantenute attive da schemi abituali di risposta. Accade qualcosa e, in maniera automatica, prima di accorgercene reagiamo attivando una modalità abituale di risposta. Spesso, quando ce ne rendiamo conto, siamo scoraggiati dalla sensazione che nulla cambi, che sia sempre la solita storia. Siamo consapevoli di cosa ci fa reagire, meno di come siamo ripetitivi nella reazione. Vorremmo che il mondo esterno cambiasse come scorciatoia per abbandonare quella reazione che ci fa tanto male.

Cambiare la situazione che ci provoca la reazione non è semplice: perché spesso coinvolge altri. Perché, spesso, questo è fuori dal nostro controllo e dalla nostra padronanza.

Quello che possiamo fare è provare ad esplorare la nostra reattività. È per questo che impariamo a stare fermi, nella pratica: lo facciamo per lasciare che l’acqua torni limpida prima di agire. Lo facciamo per imparare ad agire da uno spazio di calma e non di agitazione e turbolenza. È in questo spazio che possiamo riconoscere gli aspetti disfunzionali delle nostre risposte. È in questo spazio che, ogni tanto, una luce si apre sulla nostra responsabilità personale nei confronti della sofferenza che viviamo.

Non è solo colpa del mondo: a volte è il nostro modo di rispondere al mondo che genera sofferenza. La buona notizia è che – se vediamo come costruiamo la nostra sofferenza – abbiamo già attivato un processo di trasformazione. Quello basato sulla consapevolezza, che non ci chiede di correggere o modificare: ci chiede solo di vedere. E di avere la fiducia che vedere con occhi nuovi porta davvero alla luce.

Ripagando una persona adirata con la stessa moneta sarete peggiori di lei e non vincerete la difficile battaglia; da soli farete a voi stessi le cose che aiuteranno il vostro nemico. Bhikkhu Nanamoli

Pratica di mindfulness: La meditazione della montagna

© Nicoletta Cinotti 2016 Tornare a casa

Foto di ©filippomarietti

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