Credo che sia inevitabile – prima o poi – trovarsi di fronte ad una crisi. Un momento di transizione, un cambiamento significativo, sono spesso gli interruttori per una crisi a volte più grande dell’evento che l’ha causata.

A questo vanno aggiunti gli eventi esterni che, a volte, toccano in profondità le corde del nostro cuore anche se non ci coinvolgono direttamente.

Ciò che unisce separa

Quando è crollato il viadotto sul Polcevera ero in vacanza. Telefono abbandonato, lontano. Con l’idea che, tenere il telefono lontano, mi garantisse una sorta di momentanea parentesi dalla vita quotidiana. L’ho ripreso in mano nel pomeriggio e la prima cosa che ho visto sono stati i messaggi delle persone che mi chiedevano se stavo bene e se i miei cari erano al sicuro. È stato come cadere improvvisamente in un buco. A quel punto ho velocemente saputo cos’era successo. Genova è la mia città: una città che, da non genovese, amo teneramente. Non ho bisogno di lamentarmi di nessuna delle caratteristiche di Genova. La guardo e rimango sempre meravigliata dal suo carattere e dalla sua bellezza che si apre, inaspettata, nei caruggi e nelle crose tra i monti e il mare. Genova è anche brutta, come tutte le grandi città, non per colpa sua ma dell’uomo che l’ha sfruttata.

Stai lontano da tutto ciò che offusca il luogo in cui si trova. Non esistono luoghi che non siano sacri; soltanto luoghi sacri e luoghi profanati. Wendell Berry

Il viadotto Morandi non l’amavo troppo ma ora che lo vedo come un animale ferito mi scopro a volergli bene. Perchè la prima caratteristica della crisi è quella di vedere con occhi diversi ciò che si è perduto

La crisi restituisce valore

Nel momento in cui ci ammaliamo, perdiamo qualcosa o qualcuno, entriamo in contatto con il valore essenziale che quella cosa ha per noi. Welwood dice che è perchè l’inizio e la fine di qualcosa ci mettono in contatto con la vastità del cuore. Credo anch’io che sia così. L’eccezionalità dell’evento toglie la polvere della noia e dell’abitudine e restituiscono tutta la vividezza del legame, dell’affetto. Affetto che, spesso, copriamo con l’indifferenza o con una leggera critica (a volte nemmeno tanto leggera). È nei momenti di crisi che ci ritroviamo a pregare, ognuno il proprio Dio, ognuno a proprio modo. Perchè la preghiera nasce dallo stupore che la vita suscita in noi. Uno stupore che cerca qualcosa di più grande: sappiamo che, nelle difficoltà, siamo chiamati a crescere. E ci allunghiamo così.

Come ci allunghiamo nelle difficoltà

Nelle difficoltà si allunga la solidarietà e così in un tempo brevissimo Genova ha risposto con le case per gli sfollati, con i servizi sociali per le famiglie coinvolte. Hanno risposto le istituzioni ma anche, e soprattutto, i tanti dipendenti pubblici che hanno volutamente interrotto le ferie o i turni di riposo in ospedale per aiutare, per manifestare la vicinanza. Le navette gratuite dalla stazione all’aeroporto, le stanze per i turnisti che possono aver bisogno di dormire sul luogo di lavoro per l’allungarsi dei tempi di viaggio. E i tanti che, senza discorsi, hanno riorganizzato la propria agenda quotidiana. Questa è resilienza. Quella meravigliosa capacità di stare nelle difficoltà grazie al fatto che, proprio le difficoltà, tirano fuori le nostre risposte migliori.

Non è vero che i genovesi si lamentano. Nessun lamento: solo grida di protesta e risposte di aiuto. Di fronte ad una crisi che ha mostrato tanti volti. Un medico del Galliera raccontava dello smarrimento dei sanitari, rientrati tutti per far fronte all’emergenza che non si trovavano a ricevere feriti. E del silenzio che ha accompagnato questa amara constatazione. Non vi auguro di fare un tour nel Pronto Soccorso del Galliera ma se ci andate troverete persone che lavorano in condizioni complesse e che rimangono gentili e sorridenti. Perché la crisi – e qui parlo della situazione sanitaria italiana – non sempre peggiora. A volte migliora le persone. Le peggiora solo quando si prolunga oltre la soglia di tolleranza. Facciamo in modo che questa soglia di tolleranza non venga varcata.

Come sopportiamo e quando non sopportiamo più

Noi siamo fatti per reggere allo stress. Lo stress non è una condizione di malattia. Diventa tale quando è cumulativo, quando si cronicizza o quando quello che abbiamo vissuto supera la nostra finestra di tolleranza. La finestra di tolleranza è la soglia che, ognuno di noi ha, rispetto al rispondere in maniera funzionale alle situazioni. Questa finestra si restringe se siamo malati o stanchi, se siamo sottoposti in maniera prolungata ad una difficoltà, se viviamo una condizione emotiva difficile. E quando andiamo oltre succedono due cose: o ci ammaliamo fisicamente o ci ammaliamo emotivamente. Queste “malattie” però raramente sono una risposta acuta e immediata. La prima risposta, immediata, che abbiamo – quando ciò che viviamo supera la nostra finestra di tolleranza – sta nel cambiamento dei pensieri. Diventano più ripetitivi, oppure più numerosi o vaghi. Abbiamo la sensazione di non pensare bene come al solito, di essere un po’ bloccati. Perchè la risposta del sistema ipotalamo – ipofisaria inibisce la risposta riflessiva. Sono i “pensieri che non vanno” il primo segnale, il vero campanello d’allarme.

Di chi è la responsabilità?

Adesso assisteremo al protocollo degli avvisi di garanzia. Prima abbiamo assistito allo scenario “di chi è la colpa”. Scenario sempre poco nobile. Il vero punto nelle situazioni di crisi – istituzionali e personali – è sempre lo stesso: prendersi cura e prendersi la responsabilità di farlo. Invece spesso vediamo un problema e ci tiriamo indietro, entrando in una sorta di indifferenza. Come se fosse sempre una responsabilità di altri. Nella nostra vita, gli altri siamo noi. Siamo noi che dobbiamo cogliere i segni del cedimento, senza arrivare al burn out. Nella cosa pubblica ci sono responsabilità che vanno assunte: senza assunzione di responsabilità nessuna soluzione è possibile.

Andare verso anziché andare via

La crisi, le difficoltà fanno paura e quindi innestano una reazione di fuga. È normale volersi proteggere e volersi allontanare. Poi però i problemi si affrontano avvicinandosi non allontanandosi. Alcune cose si risolvono da sole: non i problemi. I problemi se ristagnano peggiorano e, in questi casi, la nostra tendenza alla fuga non è un vantaggio: è un handicap. Può farci paura guardare le cose come stanno, può dare fastidio prendersi la responsabilità dei propri errori, accorgersi che, nella nostra vita, non possiamo dare la colpa a qualcun altro, ma l’andare verso la difficoltà è una strada contro-intuitiva quanto guaritrice. Lo stress nocivo si cura affrontandolo, non facendo finta che non ci sia.

Lo stress e il tempo

Lo stress nocivo ci mette di fronte ad una evidente verità: il tempo conta. Conta il protrarsi dello stress e conta la contingenza della risposta. Nelle situazioni di stress acuto immediatamente rispondiamo bene. Dopo siamo stravolti, se lo stress continua. Genova ha risposto bene sull’emergenza: non ha bisogno di perdere tempo. Nessuna persona che stia vivendo una situazione di stress nocivo, acuto o cronico (lo stress nocivo è quello che ha superato la nostra finestra di tolleranza) ha bisogno di perdere tempo. A volte la sensazione di ricevere una risposta, di stare facendo qualcosa è già un primo passo verso il sollievo.

La crisi come opportunità

Hans Selye, il primo che ha studiato in maniera strutturata le risposte psicosomatiche allo stress, citava spesso il fatto che, in oriente, la parola crisi significa anche opportunità. È vero: ogni crisi offre una opportunità di cambiamento. E, spesso, i cambiamenti significativi della nostra vita sono stati innescati da una crisi. Senza quello scossone non ci saremmo mossi. saremmo rimasti fermi, magari scontenti ma fermi.

Le nostre crisi possono essere viste come una disgrazia, come un bicchiere mezzo vuoto o come un bicchiere mezzo pieno che ci dà la forza per fare quel cambiamento che desideriamo. Non perdiamo l’occasione che la crisi ci offre: iniziamo a cambiare.

È un invito personale e collettivo: questa crisi per Genova è una grande opportunità: non perdiamola. Siamo grandi: dimostriamolo.

© Nicoletta Cinotti 2018

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