La cura per gli altri include e nasce dalla cura di sé. Potremmo declinare questa frase in tanti modi diversi. Potremmo partire da “Ama il prossimo tuo come te stesso” per arrivare a “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”: il risultato però non è molto diverso.  Anche se per molte persone questo sembra essere il primo degli scogli della relazione: se curano gli altri (o l’altro) non curano sé. Se curano sé non curano l’altro. Come mai questa apparente scissione tra noi e gli altri?

In psicologia si parla della capacità di accettare se stessi come un precursore della possibilità di accettare gli altri. Già lo stesso Sigmund Freud, molto prima di Carl Rogers ne parlava raccontando il caso di Schreber, uno dei più conosciuti e studiati casi clinici di Freud.

Schreber non era stato un paziente di Freud ma un magistrato molto capace che, a causa di un disturbo paranoico, aveva passato dieci anni in una clinica per malattie mentali. Una volta uscito aveva pubblicato un diario che raccontava con intelligenza e acume la sua malattia e Freud aveva lavorato su questo libro, trasformandolo in un caso clinico esemplare del disturbo paranoico. Nella paranoia il paziente proietta sugli altri parti non accettabili di se stesso. La guarigione consiste proprio nel ridurre la proiezione e nell’aprire uno spazio di accettazione di queste parti interne, fino ad allora considerate inaccettabili. Nonostante la consapevolezza che l’accettazione fosse un processo psicologico fondamentale per la riduzione della proiezione, questo tema non fu sviluppato in maniera particolare nel pensiero di Freud mentre divenne il cardine della psicologia di Carl Rogers. Proiettare parti di noi sull’altro può anche essere alla base della confusione che facciamo tra curare noi e curare l’altro. A volte può sembrarci che curare l’altro sia la stessa cosa che curare noi ma non lo è. E, nel tempo, trasforma la relazione in un luogo che impoverisce invece che arricchire.

L’incontro tra la Croce Rossa e il bisogno

Molte relazioni diventano lo spazio in cui si struttura una modalità di cura senza reciprocità. Ci affascina e ci lega l’ammirazione di una persona e la sua gratitudine tutte le volte che facciamo qualcosa per lui o per lei. E non riusciamo più a creare vere situazioni di reciprocità. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare il ruolo di Croce Rossa non è esclusivamente femminile. Anzi, veniamo da generazioni di genitori in cui il papà era il capofamiglia economico e viviamo in generazioni in cui gli uomini si offrono come sostegno al bisogno delle donne (salvo poi scappare soffocati dalle richieste). Insomma la tendenza ad impostare la relazione affettiva come una relazione di dipendenza è ancora forte e diffusa e nasce dalla nostra idea che, l’amore, sia dipendenza. Peccato perché l’amore dovrebbe essere, prima di tutto, reciprocità e non dipendenza.

Carl Rogers e l’accettazione

Per Rogers quello che ci consente di definire buona la nostra vita è la possibilità di realizzare pienamente il nostro potenziale umano, una possibilità che si realizza solo a partire dal coraggio di essere chi siamo davvero. Un coraggio che richiede, ovviamente, una piena accettazione di noi stessi. Come potremmo infatti realizzare le nostre potenzialità se non con una piena conoscenza e accettazione dei nostri limiti e delle nostre risorse? Carl Rogers si spinge ancora più in là e afferma che, perché il cambiamento sia possibile (e quindi non solo perché sia possibile la crescita), è necessario partire da una piena accettazione.

Il paradosso è che solo se posso accettarmi come sono mi sarà possibile cambiare. Carl Rogers

Il ruolo centrale dell’accettazione non è relativo solo alla crescita personale ma è fondamentale anche nello sviluppo e nella maturazione delle relazioni. La relazione infatti è essenziale per la nostra crescita personale ed è anche il territorio in cui misuriamo la nostra maturità e immaturità rispetto alla possibilità di accettare le cose così come sono e le persone così come sono. Due aspetti che spesso si scontrano con i nostri intenti di miglioramento e con le tante false credenze che abbiamo costruito attorno al miglioramento.

I’m not perfect… But I’m enough

Per parafrasare Rogers non siamo certamente perfetti ma come siamo è sufficiente: sufficiente per crescere e sufficiente per avere una buona vita. Spesso il termine crescita viene oscurato dal termine miglioramento. Il miglioramento è l’affinarsi di un aspetto o di una capacità attraverso l’allenamento, la cura e la disciplina. Sottintende una idea di svalutazione che spesso viene confusa e negata. E alimenta un atteggiamento competitivo. Se dobbiamo migliorarci vuol dire che come siamo non è sufficiente o non è abbastanza. Il concetto di crescita invece disegna l’evoluzione del nostro potenziale umano senza un termine di paragone. Cresciamo a partire dal piccolo perché siamo umani e non perché siamo insufficienti e questa sfumatura fa una differenza fondamentale.

C’è un’altra differenza che è fondamentale: il concetto di miglioramento mette in secondo piano l’idea della relazione. Il miglioramento è rispetto ad uno standard individuale, rispetto all’essere una persona migliore. Nella crescita il processo ha una valenza relazionale. Sono le relazioni che abbiamo con il mondo esterno e interno che facilitano o ostacolano la nostra crescita: una crescita di cui siamo responsabili ma che non dipende tutta da noi.

Rogers definisce magnificamente questo concetto, rispetto alla relazione terapeutica

Nei primi anni di lavoro (come psicoterapeuta) mi chiedevo “Come posso curare o cambiare questa persona? Adesso mi pongo la domanda in maniera diversa “Che tipo di relazione posso offrire a questa persona perché realizzi la sua crescita personale? Carl Rogers

L’accettazione è un fenomeno corporeo

L’accettazione di cui stiamo parlando non è solo un processo mentale. È lo sciogliersi delle difese che abbiamo costruito per proteggerci dal dolore, è la disponibilità ad essere aperti, la disponibilità a protendersi e a guardare con equanimità le alterne vicende del nostro umore e della nostra vita. Per Alexander Lowen l’accettazione si realizza nel momento in cui ci arrendiamo al corpo e riconosciamo che è la nostra paura – più che il pericolo reale – che ci impedisce di accettare le cose che sono già presenti nella nostra vita. Arrendersi al corpo non è una vera e propria azione. Forse è la base della non-azione di cui parliamo nella mindfulness. È l’abbandono della prospettiva legata alla lotta che identifica la vita come una guerra. Ciononostante per Lowen la vera accettazione non è una passività. Passa dal riconoscimento della nostra rabbia, della nostra protesta, passa dalla capacità di esprimere ciò che proviamo con padronanza e molti esercizi fisici sono proprio destinati alla scarica della tensione corporea legata al rifiuto e alla non accettazione. Se non dis-impegniamo il corpo dalla lotta non potremo davvero liberare la mente dall’avversione.

La rabbia, espressa nel colpire, mordere o graffiare è una funzione della metà superiore del corpo ma richiede una forte base di rassicurazione e sicurezza per esprimersi in modo efficace…Tutti abbiamo molto da protestare per quello che ci è stato fatto ed è importante esprimere questa protesta. Alexander Lowen

Una espressione che avviene nel contesto dedicato e protetto del setting terapeutico per arrivare ad una accettazione che non è rassegnazione né buonismo ma autenticità.

Come coltivare la reciprocità?

Quello che manca spesso è una educazione alla reciprocità nella relazione. Sappiamo essere empatici ma la nostra empatia può diventare una trappola che ci fa sentire in colpa ogni volta che avremmo il diritto e il bisogno di fare qualcosa per noi. Sappiamo essere generosi ma la generosità, se manca la reciprocità, finisce per diventare la prima fonte di distanza dentro una relazione. Siamo educati a riconoscere i nostri bisogni, a riconoscere il bisogno dell’altro ma non abbiamo una educazione che metta in relazione il nostro bisogno con il bisogno dell’altro. Il nostro desiderio con il desiderio dell’altro. I nostri valori, i nostri obiettivi con i valori e gli obiettivi dell’altro. Diamo per scontato che la sensibilità reciproca cresca spontaneamente ma non è così.

Le ragioni possono essere molte ma io credo che una delle ragioni più forte sia quella storica. Impariamo ad amare in una relazione in cui siamo subalterni. E per moltissimo tempo continuiamo a vedere i nostri genitori come molto più potenti di noi. La reciprocità con i genitori è un aspetto che spesso arriva solo con la loro senilità, quando ormai non possiamo più parlare di reciprocità ma solo di inversione del bisogno. Sono loro che hanno bisogno di noi e non più noi che abbiamo bisogno di loro.

La reciprocità la dovremmo imparare con i fratelli, merce sempre più rara e difficile nella nostra cultura. Molto spesso non è possibile impararla con loro perché la relazione con i fratelli è attraversata dalla gelosia e dalla competizione. A volte dall’iper-competizione. Questi aspetti – la dipendenza, la gelosia, la competitività – rischiano di incidere, se non sono elaborati, nella nostra capacità di stare in relazione e di stare in una relazione nutrita di reciprocità.

Distratti da noi, fino a diventare perfetti sconosciuti a noi stessi, ci arrampichiamo ogni giorno su pareti lisce per raggiungere modelli di felicità che abbiamo assunto dall’esterno e, naufragando ogni giorno, perché quei modelli probabilmente sono quanto di più incompatibile possa esserci con la nostra personalità, ci incupiamo e distribuiamo malumore, che è una forza negativa che disgrega famiglia, associazione, impresa, in cui ciascuno di noi è inserito, perché spezza la coesione e l’armonia e costringe gli altri a spendere parole di comprensione e compassione per una sorte che noi e non altri hanno reso infelice. Umberto Galimberti

Essere consapevoli della reciprocità

Essere consapevoli della reciprocità non è affatto facile. È materia sottile e molto spesso para-verbale. Possiamo diventare consapevoli di un ostacolo alla reciprocità ogni volta che proviamo senso di colpa, vergogna, biasimo, gelosia e invidia. Questi sono infatti sentimenti che indicano una tensione relazionale, con qualcuno in particolare o nella nostra socialità allargata. Più questi sentimenti sono presenti più dovremmo considerare l’ipotesi di avere una difficoltà nell’area della reciprocità. Portare la consapevolezza a questi sentimenti non è semplice. È per questo che il protocollo di Mindfulness interpersonale è stato per me una chiave di volta. Perché mi ha condotto, con la forza e la delicatezza che sono insieme nella pratica di mindfulness, a vedere proprio quello che fino ad allora non avevo mai visto. Ossia a vedere quanto ero (spero davvero di poter usare l’imperfetto) competitiva.

Metterci in competizione è stato lo stile educativo dei miei genitori: convinti di fare bene per il nostro futuro, hanno fatto male alla nostra vita. Abbiamo litigato come solo dei fratelli sanno fare: a morte. Ci siamo fatti dispetti, siamo stati crudeli, abbiamo fatto finta di volerci bene, ci siamo ignorati. Abbiamo fatto di tutto nello scibile delle relazioni. Incluso lasciarsi. Poi sono diventati, per molti anni, i miei maestri di pratica, soprattutto dentro il protocollo di Mindfulness Interpersonale. Così delicato e preciso nel cogliere le sfumature di ciò che avviene nella relazione. Così delicato e nitido nell’area della reciprocità. Ho imparato così cosa vuol dire essere fratelli. E poi cosa vuol dire volersi bene. L’ho imparato attraverso linee guida che mi hanno permesso di portare l’attenzione a me, prima solo a me, poi solo all’altro e poi, insieme, a me e all’altro. L’ho imparato con quel tornare agli atomi di esperienza, momento per momento, della pratica. I miei fratelli non sanno di essere stati miei maestri di pratica per tanto tempo. Non potevo rassegnarmi a quello che c’era tra noi e, soprattutto, non potevo rassegnarmi a quello che non c’era tra noi. E, quindi, non potevo che passare da loro per vedere quello che risvegliavano in me.

Il primo passo è sempre la verità

Abbiamo bisogno di una immagine ideale di noi. Per questa ragione facciamo fatica a dirci la verità, perché la verità non è ideale. È reale. Una delle linee guida del protocollo di mindfulness interpersonale è proprio un insegnamento a dire la verità a se stessi, prima ancora che all’altro. Per questo è fondamentale aver prima imparato la consapevolezza. Altrimenti non arriviamo ad intravedere la verità: vediamo solo le storie che ci siamo raccontati su di noi. Per me era molto più facile pensare che i miei fratelli erano invidiosi che vedere quanto ero competitiva. E ho avuto bisogno di sapere che mi sarei voluta bene di fronte a qualsiasi verità – che potevo accettare qualsiasi verità su di me – per poter iniziare a vedere la verità. Perché se non siamo sicuri che ci accetteremo, non diremo a noi stessi come stanno davvero le cose. Ci racconteremo una storia, come faceva il magistrato Schreber. E più siamo intelligenti e più la nostra storia sarà difficile da smontare. E io, a volte, sono davvero molto intelligente.

L’ho imparato proprio dall’inizio, perché il primo passo è sempre, in ogni pratica, partire da se stessi e trovare parole precise per esprimerti mentre l’altro ti ascolta con equanimità. Non è un percorso banale, anche se è semplice e richiede la finezza della mindfulness. Per questa ragione non si può partire da lì. Ma si può arrivare lì. Anzi, con o senza protocollo, si deve arrivare a portare la consapevolezza nel luogo in cui avviene la nostra vita reale, nelle relazioni.

© Nicoletta Cinotti 2019

Il protocollo di Mindfulness interpersonale “Interpersonal Mindfulness Program”

Photo by Deva Darshan on Unsplash

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