La prima cosa che mi ha spinto ad occuparmi della cura, di quello che io chiamo reparenting, nasce dall’ultimo discorso del Buddha, quello in cui il Buddha, rispondendo ai suoi discepoli rispetto a quella che secondo lui era la pratica più importante per la crescita spirituale, rispose semplicemente, appamada, l’impronta più grande – che è come l’impronta dell’elefante che contiene tutte le altre impronte – è prendersi cura. Se non sappiamo come prenderci cura di noi tutte le altre impronte – le impronte della pratica – non saranno contenute e non arriveranno pienamente a buon fine. Prenderci cura di noi è la pratica più importante che possiamo fare.

La cura ha bisogno di due ingredienti: il primo ingrediente è rispondere con curiosità e gentilezza a quello che sentiamo. Quando emerge una sensazione molto spesso, troppo spesso, la mettiamo da parte indifferenti, oppure lasciamo che ci agiti fino a diventare un sintomo. Invece è importante che rispondiamo alle nostre sensazioni con curiosità e gentilezza, per poterle esplorare. Ma la curiosità e la gentilezza non possono bastare: abbiamo anche bisogno di tollerare quella quota di disagio – che può essere irritazione, fastidio, paura, desiderio di fuga e così via – che sorge nel momento in cui incontriamo quello che c’è. Se non siamo tolleranti, se la nostra soglia di frustrabilità è troppo alta, cercheremo presto, molto presto, di cancellare l’impronta che si è creata sulla sabbia dell’anima. E la sabbia dell’anima viene subito investita da altre onde. Questo evitamento però è una prigione: passiamo il tempo a cancellare quello che sentiamo e a correggere quello che proviamo in un modo che non può portare frutti duraturi. Diventiamo intolleranti, anziché curiosi, alla ricerca di una quiete che è più mortifera che riposante. È come quando, nel tentativo di dormire, trasformiamo il letto in un sudario nel quale finiamo per avvolgerci nell’irrequietezza: che peccato quando invece, con un po’ più di tolleranza, potremmo conoscere.

Lo scopo del silenzio e della riduzione degli stimoli

Quando chiudiamo gli occhi e ci disponiamo a meditare, onorando silenzio e immobilità, poniamo le condizioni perchè la nostra pratica sia precisa. Cosa vuol dire precisione? Vuol dire vedere con chiarezza quello che c’è nel panorama interno, ascoltare gli echi del panorama esterno, e non interferire. Non interferire è un’azione che rende l’anima a sé stessa. Siamo dei grandissimi correttori di bozze. Correggiamo in continuazione la nostra vita, correggiamo gli altri (soprattutto se siamo animati da quel grandissimo “bianchetto” che è l’amore condizionato), non resistiamo alla tentazione di dire, fare (baciare, lettera e testamento) manipolare perché le cose siano come dovrebbero essere. Diventiamo, alla bisogna, economisti, virologi, scienziati, idraulici ect. tutto per negare strenuamente un fatto semplicemente essenziale al vivere civile: la vita accade senza chiederci il permesso, seguendo un suo movimento. Interferire spesso complica tutto e, di sicuro, alimenta la nostra avversione. È vero che ci sono aspetti che vanno cambiati ma se decidiamo come cambiarli dopo averli conosciuti e compresi viene meglio. Molto meglio. Ci risparmiamo tanta fatica inutile e, soprattutto, non alimentiamo l’avversione che è un motore sempre accesso di disagio emotivo.

L’avversione ha una sorella gemella: l’avidità. Dietro il nostro desiderio di intervenire sta la constatazione che, a volte, le cose che accadono sono proprio belle e non rinunciamo volentieri al fatto che si ripetano: vogliamo più bellezza nella nostra vita e allora interveniamo per crearla. Quella bellezza costruita è come la differenza tra la bellezza spontanea della gioventù e la bellezza di chi ha corretto sul suo viso i segni del tempo. Magari ha un viso bellissimo ma qualcosa non ci rende fiduciosi di quella bellezza: eliminare il segno del passaggio del tempo ha, dentro di noi, un fascino diabolico. Ci attira ma lo sentiamo anche, in qualche modo, sinistro.

Arrivare al cuore delle cose

Chiudere gli occhi, mettersi immobili in silenzio, ci permette di arrivare al cuore delle cose. Non accade subito. Nemmeno Dante arrivò subito in Paradiso ma dovette compiere un lungo viaggio in una selva oscura con un accompagnatore per non perdersi: sembra la descrizione di quello che avviene nella pratica di meditazione.

Per arrivare al cuore delle cose dobbiamo fare un piccolo ma significativo cambio di prospettiva: considerare la distrazione l’espressione potenziale di una parte di noi. Una parte di noi? Sì, la nostra personalità non è unitaria ma è costituita da un insieme di parti che possono avere un’organizzazione in sub-identità. È quello che succede quando vogliamo fare qualcosa e, nello stesso tempo, siamo in dubbio se farlo oppure no. A volte il dubbio prosegue tanto da lasciarci immobili, in stallo. Altre volte prevale una delle due opzioni ma il dialogo interiore è la miglior prova che non siamo personalità unitarie. Facciamo qualcosa e magari ci critichiamo per averlo fatto. Decidiamo una cosa e poi ce ne pentiamo: insomma siamo sfaccettati. In genere pensiamo di risolvere il problema arrivando ad una monolitica uniformità di vedute e più cerchiamo di andare in questa direzione più polarizziamo l’energia opposta. Avere cura significa accettare e trovare il modo di tenere insieme parti diverse tra di loro. Lasciare che a decidere, a scegliere, sia la nostra parte saggia e non la prepotenza di uno degli elementi della nostra personalità.

Questo significa anche dare valore alle piccole cose, quelle che tendiamo velocemente a dimenticare e che, invece, qualificano la nostra presenza nella vita. La nostra vita è fatta delle piccole cose che accadono tra un evento memorabili e l’altro. È come stiamo in quei momenti che ci rende possibile stare negli eventi memorabili senza perdersi tra gioia e dolore.

Dare il benvenuto

Così, in fondo, avere cura non è altro che dare in benvenuto a quello che arriva – prima di scegliere cosa fare – e imparare a distinguere tra proteggersi e difendersi. La difesa è sempre preventiva e interferisce con la possibilità che le cose accadano. La difesa tenta di decidere cosa far accadere e cosa non deve accadere. La protezione, invece, significa permettere che le cose siano e intervenire per non essere feriti. È qualcosa che possiamo fare durante e non a priori. Tanto più abbiamo fiducia nella nostra capacità di proteggerci tanto più possiamo rinunciare ad avere un atteggiamento difensivo e preventivo. Per aiutarci a proteggerci invece che a difenderci abbiamo bisogno di coltivare una leadership interiore orientata dal nostro Sé. Perchè questo avvenga è necessario dare il benvenuto ad ogni parte e, contemporaneamente, imparare – attraverso la pratica – a tenere il timone della nostra barca. La protezione non richiede lotta contro ma richiede di mettere a fuoco un’intenzione positiva per andare avanti. Un’intenzione che potremmo ripetere all’inizio della nostra pratica quotidiana. La mia intenzione suona così “Che io possa riconoscere e rispettare i miei bisogni. Che i miei bisogni mi vengano incontro senza sopraffarmi. Che io possa riconoscerli e accoglierli con saggezza e compassione“. Qual ‘è la tua intenzione per iniziare a proteggerti senza bisogno di difenderti?

© Nicoletta Cinotti 2021

Mindfulness ed emozioni: laboratorio di mindfulness e bioenergetica

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