Credo che se dovessimo definire cos’è un trauma – piccolo o grande che sia – diremmo che un trauma è una esperienza di disconnessione. Quella sensazione di isolamento e solitudine in cui, improvvisamente, ti senti diverso e ritirato. In cui non ti importa più nulla di imparare perchè sei troppo impegnato con quello che provi per aprirti

Non è importante la dimensione dell’evento: se innesca quella sensazione di ritiro è sempre traumatico. Se non la innesca è, invece, doloroso ma non traumatico.

Dietro a questo ritiro c’è una emozione molto più comune di quello che pensiamo: la vergogna. Immaginiamo che la vergogna sia diventare rossi, sentirsi imbarazzati o essere timidi. La vergogna è isolarsi dal mondo e chiudersi nelle proprie emozioni. Possono esserci o no i segnali esterni della timidezza. Se rispondiamo ad un evento con il ritiro vuol dire che è entrata in un’azione quel potente inibitore costituito dalla vergogna. Un inibitore che sta alla base di tutte le nostre scelte di evitamento.

Poiché la vergogna diminuisce il senso di sicurezza diminuisce anche, di conseguenza, la curiosità e l’esplorazione che sono i due aspetti che potrebbero tirarci fuori dall’angolo in cui ci siamo ritirati. Forse abbiamo semplicemente bisogno di imparare qualcosa di nuovo, ma, vergognandoci, non osiamo farlo.

Se succede così è necessario mettere subito in campo gli antidoti: la compassione che ci permette di riconoscere che la vergogna fa parte dell’esperienza umana e non è un nostro patrimonio esclusivo. Per uscire dal ritiro potremmo semplicemente pensare che, proprio in questo momento, molte altre persone la stanno provando. È ubiquitaria e tanto più diffusa quanto più è competitiva la situazione in cui ci troviamo. E, accanto alla compassione, perché non risvegliare anche la curiosità che – della vergogna – è esattamente l’opposto? Ci spinge ad esplorare, ci motiva ad imparare dall’esperienza. Ci rimette in relazione perché ci porta a chiedere. E la curiosità può essere rivolta anche verso la nostra stessa esperienza: mostrare interesse per quello che proviamo è il primo passo per tornare in contatto con gli altri. Essere curiosi è smettere di presumere di sapere già come andranno le cose: non è invadere gli altri. È sviluppare una diversa motivazione rispetto alla propria esperienza. E darsi la possibilità di imparare da quello che ci è accaduto perché sbagliare non è un problema. Non farne tesoro lo è.

Con spirito d’indagine e genuina curiosità, chiediamoci continuamente “cos’è questo?, “cos’è questo?” per esplorare qualsiasi evento accada dentro di noi senza paura di sbagliare. Jon Kabat Zinn

Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro

© Nicoletta Cinotti Mindfulness e bioenergetica 2016 Foto di ©Purini

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