Ogni tanto mi vengono idee strambe in testa. Così ho cercato di vedere qual è la parola più usata in psicologia, o almeno le prime dieci. Caporetto era più allegro: parliamo di dolore, sofferenza, trauma ad ogni piè sospinto. Rabbia, ansia, panico e paura seguono a ruota. Su tutte, in questa gara ciclistica dell’orrore, vince lei, la depressione con un buon stacco ma sempre inseguita – con rivalità che ricorda Coppi e Bartali – dall’ansia. Facessimo il giro d’Italia la distribuzione geografica sarebbe abbastanza equanime. Contagi emotivi e cluster di rabbia calda più frequenti al sud che al nord dove si predilige la rabbia da vendetta e lo stress da perfezionismo ansioso. Poi, una volta, c’erano le vacanze, e allora il linguaggio cambiava un po’. Adesso non lo sappiamo bene ma forse torneremo a vacare, verbo un po’ immaginifico che ci ricorda che la vacanza può anche e solo essere mancanza di lavoro.

Comunque adesso la smetto di tediarti per arrivare al punto. Siamo troppo focalizzati sulle parole tristi, siamo troppo aggrappati al dolore. La psicologia – sia detto ufficialmente – è gioia! È la fiducia che anche i fatti e misfatti più neri possono essere messi in cornice, rivelare un loro lato positivo in tutto quello che ci hanno insegnato. Il punto è che abbiamo cuori di teflon per la gioia e cuori di velcro per il dolore. La gioia scivola via veloce e il dolore rimane bello appiccicato, a lungo. Quando lo stacchi il velcro fa un rumore sinistro. Uno scratch che è, alla fine, lo strappo della libertà. Il teflon invece è silenzioso e lascia scivolar via, leggera, la nostra gioia. Attutisce ogni rumore e ha il silenzio dell’anestesia totale.

Almeno un giorno alla settimana lo dovremmo dedicare al velcro per staccare dal cuore tutta la roba vecchia appiccicata e lasciarlo così, libero di respirare. Non so se capita anche a te ma a volte, quando medito, sento piccoli pezzi di velcro che si scuciono. Gli altri sei giorni della settimana però li dovremmo dedicare al teflon: va staccato con cura perché, anche se silenzioso, ammortizzante, elegante e pure un po’ igienico per le sue qualità anti-aderenza, ci isola e non permette che il nostro rilevatore di piacevolezza suoni, canti e gorgogli. Meno teflon nella nostra vita renderebbe il velcro una delle tante possibilità e non l’unica alternativa per capire come vanno le cose tra noi umani.

Anche la sofferenza ha la sua data di scadenza,
la famiglia, per me, è come il sonetto:
forma antica, struttura primigenia,
resistente in quanto conveniente,
modulabile, adattabile al presente.

per plasmarla e renderla potente,
tu devi avventurarti alla radice,
farne un canto per resuscitarla:
come Orfeo fece con Euridice.

non avere paura di sbagliarla
né di fare la rima troppo facile,
se ti pare gabbia insopportabile

andare di bulino, anche forzarla:
con un endecasillabo all’antica,
rinnovarne la sintassi con la vita. Francesca Genti, HarperCollins Italia

Pratica di mindfulness: Cullare il cuore

© Nicoletta Cinotti 2021 Reparenting ourselves

Mindfulness e psicoterapia: formazione in reparenting

 

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