Quando pensiamo al cambiamento abbiamo sempre un misto di emozioni: lo desideriamo – fosse anche solo un cambiamento piccolo e quotidiano della nostra routine – e lo temiamo. Ho scoperto che c’è, sul cambiamento, un elemento in più.

Il suono del cambiamento che produce inquietudine.

Ci sono molti momenti in cui siamo inquieti e non sappiamo perché: è come un  rumore di sottofondo che ci tiene attivati e che, per quanto non ce ne rendiamo conto, alimenta la nostra ansia. Alcuni maestri di meditazione dicono che quello è il rumore dell’impermanenza, la nostra consapevolezza – a volte non tanto esplicita – che le cose cambiano e che non possiamo arrestare il fatto che ci sia un mutamento continuo. Questa consapevolezza suscita la nostra ansia perché ci ricorda l’inutilità del controllo. Così possiamo pensare alla persona che amiamo e provare un senso di inquietudine all’idea di perderla (anche se nulla fa pensare che sia possibile). Possiamo provare un senso di incertezza rispetto al nostro lavoro (anche se nulla fa temere sulla sua solidità). Oppure un senso di incertezza rispetto alla salute, anche se in questo momento stiamo bene. Tutte queste inquietudini nascono dal rumore bianco del cambiamento. Sappiamo che la tazza è rotta – dice il maestro zen – anche se ora ci serve per gustare il té, perché sappiamo che prima o poi si romperà.

Il passo interessante è quello successivo. Saggiamente l’invito è, a questo punto a distinguere tra azione e attività. L’attività è l’insieme delle nostre abitudini: quelle che ci fanno controllare le mail ogni 30 minuti, o il cellulare ogni dieci minuti. Le mettiamo in piedi per ragioni economiche ma, anche, per combattere il rumore dell’impermanenza, l’inquietudine che ci suscita il suono bianco del cambiamento. Controlliamo cosa succede, sperando, paradossalmente, che non sia successo nulla ma, insieme, che ci sia una novità.

Poi ci sono le azioni: quelle che sono nuove e nascono in risposta alla novità che ci si presenta davanti. Le attività funzionano come tappi ma non risolvono l’inquietudine del cambiamento. Un’inquietudine che è naturale e che fa parte dei dolori (e delle gioie) dell’essere vivi. Solo le azioni sono una buona risposta: perché scegliamo se e cosa fare davanti all’imprevedibile ed è sempre una risposta libera dall’abitudine anche se è una azione già conosciuta. Se facciamo delle azioni e non delle attività scopriamo anche di stancarci meno perché le attività hanno il peso dell’abitudine che spesso è come un piombo. Il piombo dell’inutile sforzo di impedire che il cambiamento avvenga. Le attività hanno la stanchezza dell’intelligenza astratta: quella che cerca continuamente trucchi per vincere la vita. Le azioni, invece, hanno la stanchezza del corpo e che sollievo quando possiamo essere stanchi solo nel corpo!

Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima. F. Pessoa

Pratica di mindfulness:Cullare il cuore

© Nicoletta Cinotti 2019 Tornare al corpo

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