Quando inizia una relazione ci troviamo a vivere in uno stato di grazia pieno di gioia e felicità e, anche, di paura e incertezza. Qualsiasi traccia di non amore attiva le nostre difese e le nostre attenzioni. Quello stato di grazia però ci nutre e permette di costruire un legame. Malgrado questa meraviglia sia a nostra disposizione sempre più spesso ci troviamo dubbiosi o in difficoltà rispetto all’idea di iniziare una nuova relazione. Perchè l’amore, come dice Lodro Rinzler, ferisce. O meglio ci rende vulnerabili alla possibilità di una ferita.

Così, sempre più spesso mi capita di trovare persone che, di fronte alla possibilità di una nuova relazione, anziché farsi travolgere dalla passione si domandano “Ne vale davvero la pena?”. Il problema è che le cose che ci accadono ci lasciano pieni di ingombri. Come se la nostra casa conservasse le scatole di tutti i traslochi che abbiamo fatto. Non è tanto la nuova persona che non va bene: è che siamo ingombrati dai ricordi e sufficientemente sostenuti dall’equilibrio della solitudine.

L’equilibrio della solitudine

Ti sarà capitato di accorgerti che, se porti l’attenzione ad una cosa, vedi tantissimi esempi di quella stessa cosa. Quando aspettavo mio figlio mi sembrava che il numero di donne in gravidanza fosse moltiplicato all’infinito. Adesso che ho deciso di lasciare i capelli bianchi, vedo solo donne che hanno i capelli bianchi. Perchè ciò a cui diamo attenzione si espande e noi diventiamo ciò a cui diamo attenzione. Così se abbiamo chiuso una relazione con un bilancio negativo, rischiamo di vedere solo gli elementi del bilancio negativo in tutte le persone che incontriamo.

Questo non è un modo per imparare: è un modo per rimanere attaccati ad una soluzione – la solitudine – e bloccare la guarigione e il rinnovamento. In questo modo però viviamo con un piede all’inferno e l’altro in una realtà che è un paradiso controllato dalla nostra esclusiva volontà: la solitudine. Non sono i rapporti ad essere intrinsecamente dolorosi: è la scelta di vivere nell’amarezza, nella paura e nel risentimento che lo è, mentalmente aggrappati ad un sottofondo di sofferenze passate.

Vedere una parte invece che il tutto

La distorsione che produce l’attenzione è anche un’altra: vediamo una parte invece che il tutto. Vediamo solo le cose che non vanno e non riusciamo a provare gratitudine per quelle che, invece, ci nutrono. Perchè le cose che non vanno attivano le nostre difese – per le quali abbiamo un rilevatore molto sensibile. E quelle che vanno attivano il nostro senso di sicurezza: per accenderlo gli eventi devono essere evidentemente molto buoni. Provate a dare una ripulita al vostro cuore: spazzatelo ogni mattina, come diceva Baba Muktananda

Stare in relazione non può essere “a patto che l’altro sia perfetto“. Significa accogliere la luce e l’ombra. Significa avere un cuore sgombro: sei sicuro che il tuo cuore sia così? Che cosa lo ingombra?

Pulire la casa

Prova a mettere ordine in un angolo della casa che hai trascurato per un po’ di tempo. Prendi uno spazio e scegli cosa tenere e cosa buttare via. Domandati se stai tenendo quello che è necessario o stai esagerando. Se ci sono molti spazi disordinati – anche se invisibili – nella tua casa è possibile che ci siano spazi disordinati anche nel tuo cuore. Cosa stai oscurando con quel disordine? Cosa nasconde di te e cosa ti impedisce di vedere? Prova a fare questo lavoro in pratica – pulendo un angolo della tua casa e guarda se, per caso, emergono anche gli aspetti del tuo cuore che sono ingombrati da inutile ciarpame.

Di che cosa hai bisogno per sentirti sicuro?

La relazione è imprevedibile e apre spazi di insicurezza oltre che di piacere. E tu, di che cosa hai bisogno per sentirti sicuro? Quanto spazio libero puoi avere per l’imprevisto nella tua vita e quanto tutto deve seguire un ordine definito e preciso?

Il vero punto è di che cosa abbiamo bisogno per sentirsi sicuri in un rapporto. Se facciamo un elenco di quelle che sono le sicurezze che cerchiamo, possiamo renderci conto della mappa della nostra paura relazionale. Perchè, molto spesso, la nostra richiesta di sicurezza, in una relazione, è eccessiva e retroattiva. Ossia chiediamo al nostro partner che saldi debiti che non ha contratto lui o lei ma che ha contratto il partner precedente.

Niente debiti

In questo modo le relazioni rischiano di iniziare con già un debito, un po’ come il debito pubblico italiano che non si salda mai. In effetti spesso le relazioni sono debitorie. A volte sono debitorie perchè ci aspettiamo che il nostro partner saldi i dolori del passato. Altre volte sono debitorie perché siamo continuamente coinvolti in un eccesso di generosità: come se non fossimo convinti che l’altro possa stare con noi a gratis senza gratificazioni speciali. Altre volte abbiamo così bisogno di sentirci approvati che esageriamo: pensiamo che più saremo approvati e più saremo amati ma il bilancio affettivo non è così matematico. L’amore è una cosa e l’ammirazione un’altra. Non necessariamente la presenza di ammirazione è una garanzia di amore e, soprattutto, se basiamo la relazione sull’ammirazione che possiamo suscitare ci ritroveremo ben presto stanchi ed esauriti perchè non è possibile giocare sempre al rialzo. Capita a molte persone di essere sempre “sopra le righe” nella relazione. Questo non succede perchè amiamo tantissimo: succede perchè se non ci sentiamo degni d’amore oppure se ci sentiamo in colpa trasformiamo la relazione in un atto di auto-sacrificio grandioso.

Dietro al desiderio della solitudine c’è la paura dell’abbandono

Così dietro alla scelta di stare da soli, dietro alla solitudine auto-decisa spesso non sta davvero un piacere di stare da soli. Sta la paura di venir abbandonati. Spesso è questa paura che ci guida: la paura di venir abbandonarti e la paura di abbandonare. E le pensiamo nel modo più estremo, credendo che se siamo noi stessi agiamo una specie di abbandono dell’altro. Così preferiamo rimanere soli piuttosto che sperimentare la solitudine che si vive in una relazione che va avanti perchè abbiamo abbandonato noi stessi. Questa non è una via obbligata per stare in relazione e stare da soli non è la soluzione alla solitudine della relazione.

C’è una qualità di solitudine che è ineliminabile dalla vita: è la solitudine della nostra unicità e del nostro cambiamento: il tempo passa, e le relazioni mutano. E anche le persone che abbiamo amato di più possono lasciarci per fare il viaggio più complesso, quello della morte. Questa qualità di solitudine è inevitabile ed è diversa da quell’equilibrio narcisistico in cui a volte ci chiudiamo e che chiamiamo “bisogno di stare solo”. L’incontro con la nostra unicità è quello che facciamo quando chiudiamo gli occhi e iniziamo la pratica, quando ci mettiamo – soli – di fronte al nostro panorama interno. E, strano a dirsi, questa è una solitudine che evitiamo volentieri, tanto l’altra invece è ricercata.

Se non sappiamo stare con noi stessi saremo soli anche in compagnia: impariamo ad essere completi nella nostra incompletezza, liberi di appoggiarci a noi stessi, senza bisogno dell’approvazione degli altri. Senza bisogno di proiettare sugli altri la nostra immagine di amabilità. Quando siamo in grado di essere i nostri compagni e conoscere i nostri bordi seghettati, allora l’avventura della relazione può essere libera dal gioco della reciproca solitudine e libera dal debito del passato.

Per superare il dolore della transitorietà dobbiamo imparare a riconoscere la differenza tra essere soli ed essere unici. Se non sappiamo essere soli con noi stessi, se non sappiamo stare con noi in tutte le situazioni della vita, indipendentemente da quante persone abbiamo accanto, ci sentiremo sempre soli negativamente. Brenda Soshanna

© Nicoletta Cinotti 2018 Radical self expression: gruppo terapeutico 9 – 10 Giugno

 

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