C’è una amica che tutte le volte che si accorge di aver sbagliato qualcosa oppure di avere un tratto di personalità disfunzionale mi chiama – un po’ come se fossi un meccanico dell’anima – e mi dice con aria preoccupata “Dobbiamo fare qualcosa”. In parte potrebbe sembrare che questo sia un sano atteggiamento riflessivo, Un modo per imparare dall’esperienza e quindi anche dagli errori.

Temo però che non sia così: temo che sia la pretesa di fare – di se stessa – un’opera perfetta. Una pretesa che non appartiene solo alla mia amica: recentemente ho abbandonato l’idea di avere una migliore curva lombare. Recentemente ho fatto la pace con la mia abitudine a stare in silenzio, anche quando sono in mezzo alle persone. Siamo tutti un po’ così: vorremmo migliorare quelli che consideriamo i nostri difetti perchè li riteniamo responsabili della nostra infelicità. Ci sembra che questo strida con il nostro impegno al miglioramento o con la responsabilità verso il cambiamento: vorremmo diventare un’opera perfetta.

Penso che ci sia una curva naturale di miglioramento e un processo auto-regolato di crescita ma non avviene su quello che vogliamo noi, con la volontà. Accade – un po’ misteriosamente – attraverso quelli che Pema Chodron chiama soft spot: i punti vulnerabili. Ecco perchè è importante considerare i nostri punti vulnerabili con tutto rispetto e distinguerli dai punti difettosi.

I punti difettosi sono punti in cui la nostra pelle è più spessa, la nostra corazza più dura. Sono le aree in cui si concentra la nostra difesa psichica e fisica. I punti vulnerabili sono quelli in cui siamo teneri, perchè la vita ci ha assottigliato. Ci ha limato come se fossimo cesellati. La nostra energia di crescita andrà lì. Lascerà forse un po’ più morbidi i punti difettosi e si muoverà verso i punti vulnerabili che sono la nostra area di sviluppo prossimale.

Così, quando cerchiamo di rafforzare la nostra vulnerabilità e di correggere i nostri difetti, rischiamo di sottrarre energia al processo naturale di cambiamento. Un processo che non è spontaneo: richiede la coltivazione della pratica. La pratica però è come un seme, cresce se lo curi ma non sai come sarà una volta spuntato: sai solo che seme hai seminato.

Avremo sempre bisogno di percorrere il processo del perdono per tutte le inadempienze relazionali che potremo fare perché non siamo infallibili e feriamo in particolare le persone che amiamo. Questa è una caratteristica ineliminabile della condizione umana. Desmond Tutu

Pratica di mindfulness: Lasciar andare (Meditazione live) Oppure ci vediamo stamattina, Lunedì 8 Gennaio alle 7.30 per la diretta FB (Clicca qui)

© Nicoletta Cinotti 2018 A scuola di grazia e non di perfezione

Foto di © Rosa Piepoli

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