Quando ero piccola credevo che la casa sentisse come sente una persona. Così vedere mio padre piantare un chiodo era una tragedia. Piangevo protestando perché la mia casina, come la chiamavo allora, veniva picchiata. Ci volle parecchio tempo prima che smettessi di reagire così intensamente al trattamento riservato agli oggetti. Ancora oggi però posso soffrire per un oggetto maltrattato, trascurato.

Non piango più per mettere un chiodo, anche se preferisco evitare. Oggi piango, metaforicamente, quando vedo la rovina dell’ambiente. Ieri è crollata in mare una falesia, quella che sosteneva parte del cimitero del mio paese. Non posso fare a meno di pensarci. Qui dicono che ogni 100 anni la falesia cambia pelle. Che vuol dire che la scogliera è franosa. È vero: nei secoli scenderemo tutti al mare, in un lento e inesorabile processo di erosione. Solo che non vorrei vederlo. Non vorrei assistere alla trasformazione. Entro in quella dimensione di dolore legata al cambiamento che è un dolore umanamente condiviso. Il cambiamento è una delle cause del dolore. Inevitabile. È un processo, progressivo che diventa visibile quasi improvvisamente. Un attimo prima era tutto normale, un attimo dopo è successo. È così perchè siamo sensibili solo ai cambiamenti macroscopici e perdiamo i piccoli cambiamenti quotidiani.

Nella tradizione si dice che ci sono tre fonti di dolore a cui tutti siamo soggetti: il dolore del cambiamento, il dolore dell’invecchiamento e il dolore della malattia. Resistere a questi tre dolori inevitabili produce sofferenza. E biasimo. Cerchiamo dove abbiamo sbagliato perché contribuiamo attivamente agli errori e ai danni. Interferiamo con il mondo in cui viviamo.

Vedere, guardare, possono essere attività faticose. Ecco perché evitiamo a volte di farlo. Oggi ho guardato e guardando ho capito che la mia illusione è pensare di poter vivere senza fare danni. Non vorrei farli io e li faccio. Non vorrei che venissero fatti all’ambiente e li facciamo. Per quanto mi sforzi di fare bene, sbaglio. È per questo che la mindfulness non può volare senza la heartfulness. Abbiamo bisogno di confortare il nostro dolore. Non abbiamo bisogno di confortarci per stare bene (anche se questo può succedere). Abbiamo bisogno di farlo perché stiamo male. Se non abbiamo saggi mezzi di conforto ad un certo punto smetteremo di guardare per evitare il dolore e non avremo modo di porvi cura. Così la mindfulness ci permette di accettare l’esperienza, la heartfulness di prendersi cura di noi che riceviamo quello che l’esperienza suscita. La mindfulness ci invita a sentire con gentilezza il dolore, la heartfulness ad essere gentili con noi quando soffriamo. L’una senza l’altra sarebbero come un gabbiano con una ala sola.

Se paragoniamo i danni ambientali alla guerra e alla violenza appare chiaro che la violenza ha un impatto immediato su di noi. Il problema è che i danni ambientali avvengono in modo invisibile così spesso non ce ne accorgiamo fino a che non è troppo tardi. Dalai Lama, Lion’s Roar, January 2021

Pratica di mindfulness: Self compassion breathing

© Nicoletta Cinotti 2021 Reparenting ourselves

Photo by Fabrizio Conti on Unsplash

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