Ci sono aspetti della vita virtuale che mi appassionano e altri che mi lasciano assolutamente inerme. La firma digitale è una di queste. Qualsiasi tentativo sembra destinato a scontrarsi con un misterioso muro di incomunicabilità. Faccio cose che non vanno bene. Parliamo due lingue diverse.

Così questa è diventata l’occasione per riflettere su quanto sia importante per me essere capace. Quanto il mio senso di identità sia confermato dalla capacità. Quando mi sento incapace è come se mi venisse revocato il diritto di esistere. Ognuno di noi cerca una conferma della propria identità. A volte la cerchiamo nell’approvazione degli altri. A volte nella disapprovazione e distanza da qualcuno che non apprezziamo. Ma chi siamo davvero al di là e sotto quello che scegliamo come conferma del nostro diritto di esistere?

Quando tocco quell’identità fluida e mutevole, quella che non ha bisogno di sentirsi capace per vivere o di sentirsi approvata per provare affetto nei confronti di sé stessa, mi sento improvvisamente libera. Improvvisamente felice. Non è la felicità di quando è successo qualcosa di bello. No, è proprio quella felicità minima, spesso trascurata, di respirare e di poter essere al mondo senza nessun’altra ragione, patente, conferma se non il fatto di essere viva. Io la chiamo la felicità degli alberi.

Gli alberi non parlano, eppure sono in dialogo con tutto ciò che li circonda. Esistono non perché sono utili ma perché sono nati. Non devono giustificare il fatto che ci sono: la loro bellezza ci raggiunge e suscita rispetto.

La mia felicità dell’albero è, purtroppo, un guizzo momentaneo. poi riprendo velocemente l’armatura. Quella che giustifica la mia presenza nel mondo. Un’armatura fatta di capacità, competenza, studio. Quella che aspetta di venir confermata dagli altri. Quella che non sa di esistere senza prove esterne tangibili che mi confermano. Eppure la felicità dell’albero sta provando a mettere radici, come quelle piante che spuntano tra i sassi dei muri a secco. Una volta ho trovato un cipresso bonsai su un muretto a secco. L’ho tolto e messo nella terra grande. È bastato poco perché riprendesse a crescere: gli ho dato spazio.

La compassione trasforma la mente ma la consapevolezza fornisce le basi e la stabilità per questo cambiamento. Paul Gilbert

Pratica di mindfulness: La sospensione del giudizio

© Nicoletta Cinotti 2021 Reparenting ourselves

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