
Molti di noi sono appassionati del loro lavoro – almeno io lo sono – eppure impariamo a nostre spese che la felicità associata al raggiungimento di un obiettivo non è tanto duratura, oltre che essere piuttosto faticosa. Abbiamo capito a nostre spese che realizzare i propri sogni non equivale ad essere felici, anche se dovrebbe esserlo. Come mai?
Siamo in molti a fare questa confusione tra successo, motivazione, l’impegno, la realizzazione personale e professionale e la felicità. Sono tutte cose bellissima ma richiedono, sforzi, fatica, impegno e dedizione. Un coinvolgimento che spesso va al di là delle circostanze. E proprio per questo è più facile che ci rendano stressati anziché felici.
Se vuoi essere felice apprezza ogni momento
Da qualche tempo ho iniziato a praticare nekkhamma, una parola pali che significa rinunciare. Forse penserai che questo sia un modo per diventare più tristi e poveri e invece l’ho trovato un modo per essere più felice e più pronta a cogliere la felicità nelle piccole cose. In cosa consiste? Consiste nel rinunciare a qualcosa a cui tieni. Non è lo svuotamento dell’armadio che facciamo in occasione delle calamità naturali che è un misto di generosità e comodità, con cui ci liberiamo anche del senso di colpa per aver esagerato negli acquisti. È qualcosa di diverso. È rinunciare a qualcosa a cui tieni per fare i conti e prepararti al fatto che sia inevitabile perdere. L’effetto di questa pratica è stato strano. All’inizio sentivo un fremito. Il fremito del dispiacere dovuto al distacco. Ogni tanto anche il rimpianto, ripensando all’orologio di mia madre che ho dato a mio nipote e che mi manca tantissimo. Nel tempo però mi sono accorta che è un modo per dare più valore alle piccole cose, per apprezzare tantissimo quello che ho e per uscire dall’idea che mi appartenga in maniera duratura. Improvvisamente ogni momento è diventato più prezioso. Questa consapevolezza della preziosità di ogni momento è un ingrediente fondamentale della felicità che si è spostata nello stare insieme piuttosto che nell’avere cose. Intravedere la finitezza rende ogni momento prezioso. Anche questo è un elemento della felicità: saper trovare il punto di gioia in ogni situazione anziché continuare a cercare quello che è stato il nostro punto di gioia: essere disponibili a ridefinirlo al mutare delle condizioni.
Meditare sulla malattia
I koan zen, di antica origine cinese, includono sempre il tema della malattia e della morte nella loro presentazione originaria. E c’è un detto che dice che senza salute non c’è meditazione. Possiamo fare molte supposizioni e discorsi altamente teorici sul perché il tema della malattia e della morte torna nella tradizione meditativa in tutte le religioni ma la considerazione più ovvia è anche la più semplice: tutti noi siamo destinati a sperimentare entrambi. Non possiamo pensare che la felicità dipenda dall’assenza di queste due condizioni. Non possiamo lasciare niente fuori. Come possiamo essere in pace con questa notizia? In questi giorni ho guardato La linea verticale di Mattia Torre, che nell’ultimo episodio, mentre lascia l’ospedale dice “devo ringraziare questa malattia”. Ho sentito molte persone dire esattamente la stessa cosa. Questa è nekkhamma. Non possiamo credere che la felicità stia solo nella linea ascendente. È nella tempesta che abbiamo più bisogno di trovare la felicità. Mattia Torre è mancato e sua figlia nel ricevere il Davide di Donatello per la sceneggiatura di Figli , ha detto “Voglio fare i complimenti a mio padre che è riuscito a vincere questo premio anche se non c’è più… bravo papà”. Perché non esserci fisicamente non vuol dire non esistere, esistiamo fino a che qualcuno ricorda qualcosa che abbiamo fatto e a volte quello a cui abbiamo rinunciato rende la nostra esistenza più consistente.
Spesso la nostra felicità si trova propria al centro del nostro dolore. Tutti i risentimenti e le incomprensioni che potevo avere con mia madre e mio padre sono state portate via dalla loro vecchiaia. Anch’io invecchierò, anzi, anch’io sto invecchiando e la loro anzianità mi ha preparato alla mia.
Quando mi ammalai qualche anno fa, quel periodo fu uno dei più felici della mia vita. La malattia aveva ribaltato le prospettive. Non ho mai capito se c’era un fatto neurologico dietro a quella felicità (avevo avuto due interventi alla testa) ma ancora rimpiango quella gioia leggera di essere viva e la grazia gentile che avevo in quei giorni nei confronti degli altri. È certo che è proprio nei momenti più difficili che spesso troviamo una saggezza e un equilibrio che in molti altri momenti, relativamente sereni, ci manca.
Non c’è una prescrizione né una ricetta per la felicità
Non c’è una prescrizione o una ricetta per essere felici ma possiamo coltivare le condizioni che ci permettono di sperimentare questa emozione e di apprezzarne la transitorietà. Se pensiamo che la felicità è quello che ci aspetta quando tutto sarà a posto, siamo destinati ad avere veramente pochi momenti di vera felicità. Se pensiamo che ci sono condizioni in cui possiamo sperimentarla, a prescindere dalle circostanze esterne che viviamo, abbiamo la possibilità di provare più serenità e felicità di quello che avremmo creduto.
La felicità è una questione filosofica?
Quando ero al liceo e sperimentavo tutte le turbolenze di una adolescenza difficile arrivai alla conclusione che tutti i filosofi costruivano le loro teorie per rispondere alla stessa, ripetuta domanda “L’uomo può essere felice?” “E se può essere felice quali mezzi gli consentono di ottenere la felicità?”
Colpita da questa intuizione la proposi al mio professore di filosofia che concordò abbastanza sulla mia idea che tutti si ponevano questa domanda e sentenziò (da buon pessimista cosmico) “Nessuno può pensare che la felicità gli verrà servita su un piatto d’argento solo perché è nato. Soprattutto se non sappiamo cos’è”. Dopo quella risposta lo amai segretamente per tutto il liceo e quando scoprì che, malgrado anche lui mi amasse (ne ero certa), aveva sposato un’altra ne soffrì quasi per tutta l’università. Poi mi innamorai del professore di Psicologia clinica ma stavolta dentro di me glielo dissi subito: niente matrimonio!
La differenza tra serenità e felicità
Io credo che ci sia una grandissima confusione tra serenità e felicità. La serenità è qualcosa di stabile, continuo, certo. Qualcosa di ben radicato e su cui puoi contare. Gli alberi che hanno radici profodne sono sereni quando tira vento. Credo che noi esseri umani aspiriamo alla serenità e facciamo il possibile per metterci in sicurezza e, quindi, essere sereni. La famosa dicitura “una vecchiaia serena” fa riferimento al conto in banca, alle relazioni familiari, alla salute. Tutte cose che danno la serenità e che, in loro assenza, danno inquietudine.
La felicità invece è un’emozione e possiamo trovarlo in mezzo al dolore, perché, come tutte le emozioni, è improvvisa, scompiglia le righe, esce fuori dalle regole. A volte nella pratica di Metta le persone fanno fatica a dire “Che io possa essere felice” ma è alla felicità che sorge improvvisa che aspiriamo tutti noi.
Nessuno può pensare che la felicità gli verrà servita su un piatto d’argento
Così per essere felici non possiamo esimerci da chiederci che cos’è per noi la felicità e darci degli strumenti per coltivarla, a prescindere dalle circostanze esterne. E tutti noi abbiamo questo capacità di esplorazione e di giusta risposta. Basta darcene l’opportunità.
Il nostro lavoro quindi consiste nel prestare attenzione a questo argomento, nel riconoscerla quando sorge e nel rimuovere gli ostacoli che incontriamo. Intendo gli ostacoli interiori perché quelli esterni spesso non sono tanto modificabili.
Possiamo provare felicità se nella nostra vita proviamo anche sentimenti di infelicità? Si, possiamo. Dov’è adesso la mia felicità? è una domanda che non possiamo smettere di farci, soprattutto nei momenti difficili perché è lì che possiamo perdere il filo della felicità. È sottile come i fili di una ragnatela e, a volte, possiamo scorgerla sono il controluce. Chiedersi dov’è ci aiuta a trovarla.
Dove cercare le chiavi?
C’è una storia che mi piace molto. È la storia dell’uomo che cercava le chiavi sotto un lampione nel buio della notte. Un passante si offrì di aiutarlo e iniziarono a perlustrare insieme il cono di luce del lampione fino ai bordi dell’oscurità. Alla fine il passante chiese dove avesse perduto le chiavi esattamente e l’uomo indicò un punto nel buio piuttosto lontano dal lampione. Ma, scusi, perchè allora le cerca qui? Perchè qui c’è la luce! Ecco con la felicità rischiamo di fare la stessa cosa. La cerchiamo non dove l’abbiamo perduta ma dove ci sarebbe più facile vederla. L’invito è, invece, a domandarsi in ogni momento in cui l’abbiamo persa, dov’è. Troveremo che, anche nei momenti più difficili, abbiamo uno spiraglio di felicità.
La felicità è timida: vuole essere sicura che la desideriamo davvero. Per questo non possiamo oscurarla con comportamenti distruttivi o ignorarla per scambiarla con il successo o uno dei suoi succedanei.
© Nicoletta Cinotti 2024
