C’è una sottile relazione tra fiducia e non agire: un non agire che significa, essenzialmente, osservare quello che accade senza trasformarlo in azione. Senza intervenire o interferire. Maggiore è la fiducia che abbiamo nel processo che si sta svolgendo, più facile sarà osservare senza intervenire. Credere che non occorra nient’altro perché questo momento sia completo offre uno spazio di fioritura del momento presente che può portare sorprendenti sviluppi.

Se invece temiamo quello che può accadere, ognuna delle spinte all’azione sarà una ragione sufficiente per intervenire e interferire. Così c’è un legame sottile tra la fiducia, la fioritura del momento presente e la non azione. Un modo diverso per dire che l’immobilità è il più grande dei movimenti e che la più grande delle azioni è quella che nasce dalla non – azione, quando abbiamo dato il tempo affinché lo svolgersi del momento presente esprima la nostra saggezza e non la nostra reattività.

Così, come i gabbiani, ci sono momenti in cui dobbiamo volare e altri in cui possiamo lasciarci trasportare dal gioco delle correnti, lasciare che sia l’aria stessa a sorreggerci e portarci altrove. E, come i gabbiani, gioire soddisfatti della novità che ci porta la corrente. Nessuna delle due azioni può essere scambiata con l’altra: il volare non può essere sostituito dal lasciarsi trasportare e viceversa. È la fioritura del presente che ci permette di discernere quando lasciasi trasportare e quando agire.

Usciamo così dalla tendenza allo sforzo per entrare, invece nel fluire delle cose. Usciamo dalla pretesa di sapere come andrebbe fatta la vita, per entrare nel rispetto di come le cose si sviluppano. Onoriamo – senza correzioni – la saggezza di quello che sta accadendo. Perché nessuno stabilisce norme salvo la vita.

Queste riflessioni sono indubbiamente paradossali. Ma l’unico modo per realizzare qualcosa di valido è far sì che provenga dal non – agire, senza preoccuparsi se sarà utile o meno. Altrimenti l’auto-coinvolgimento e l’avidità possono insinuarsi e distorcere il rapporto con il lavoro stesso, rendendolo inconcludente, condizionato, impuro e in definitiva non del tutto soddisfacente anche se ben riuscito. Jon Kabat Zinn

Pratica di mindfulness: La meditazione della montagna

© Nicoletta Cinotti 2016 Tornare a casa

Foto di ©Marylou Badeaux

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