Mi succede spesso di sentirmi dare delle definizioni di carattere: c’è chi trova forte il proprio carattere e chi si trova debole. Chi pensa di avere troppo carattere e chi, invece, pensa di averne troppo poco. A cosa facciamo riferimento quando ci definiamo così? Molto spesso questa indicazione riguarda il senso di identità: più abbiamo un senso di identità chiaro e più sentiamo di avere un carattere forte. Con qualche effetto collaterale non del tutto desiderabile. Quali? Per esempio possiamo essere troppo determinati o possiamo fare fatica a cambiare direzione, una volta che ci siamo “messi in testa un obiettivo”

Cosa determina la forza di carattere

Quello che definiamo forza di carattere è un confine dell’Io spesso e inflessibile. Il carattere – in senso bioenergetico – è legato alla percezione corporea della struttura muscolare rossa – ossia quella legata ai movimenti volontari – e corrisponde ad un senso di sé definito. Quando Reich parlava di corazza muscolare faceva proprio riferimento a quella che potremmo definire forza di carattere: una forza che diventa anche, una corazza. Ossia qualcosa che ci impedisce uno scambio fluido tra interno ed esterno.

In termini emotivi la nostra forza di carattere può essere identificata con le difese che erigiamo a protezione della nostra integrità: non tanto quindi le difese che sono reattive ad un trauma ma quelle che mettiamo per non farci invadere dalla volontà degli altri.

Spesso, infatti, la forza del carattere è una forza che è maturata per proteggersi da genitori eccessivamente invadenti e diventa però anche uno stile relazionale adulto, molto caratterizzato dall’autonomia.

Quando la forza diventa eccessiva?

Non è infrequente essere le prime vittime del nostro carattere. Una paziente un giorno – arrivando in seduta – mi disse “È così difficile vivere con me!” In effetti può sembrare una affermazione paradossale ma è molto vera: a volte il nostro carattere è rigido e ci porta in direzioni che, consapevolmente, non vorremmo. E che sono difficili da cambiare proprio perché le identifichiamo con la nostra personalità: vorremmo essere diversi ma non riusciamo a cambiare. In alcune situazioni poi il carattere diventa particolarmente presente: sono i momenti in cui sbagliamo. La forza del carattere la incontriamo proprio lì, in come reagiamo agli errori. Più il carattere è forte e meno ci perdoniamo di aver sbagliato. Più il carattere è forte e meno permettiamo agli altri e a noi stessi di consolarci.

Ieri è successa la terribile tragedia del Clubbing della provincia di Ancona e come molti di noi ho ascoltato ripetutamente le notizie. Tra tutte le voci una mi è rimasta dentro. È della madre di uno dei ragazzi morti “Non consolatemi, sono una cretina, non avrei dovuto lasciarlo andare“. Uno schiaffo a se stessa nel momento di un dolore sordo e terribile. Sicuramente questa è una donna di carattere. Troppo carattere per perdonarsi di qualcosa che non poteva sapere. Non poteva sapere quante persone ci sarebbero state e cosa sarebbe successo. Nessuno sarebbe stato lì se avesse immaginato come poteva finire quella serata.

Troppo carattere per perdonarsi

Sbagliamo tutti e questa è una certezza. Ma cosa facciamo poi con i nostri errori non è affatto scontato. Possiamo usarli per imparare: mettendo in gioco una quota di umiltà, possiamo imparare praticamente da tutto e da tutti. Possiamo proiettare sugli altri la responsabilità dei nostri errori. E, in questo modo, possiamo trasformarci in vittime. Oppure possiamo perseguitarci per ogni singolo errore costruendo così un particolare senso di colpa: il senso di colpa per essere come siamo. Non è affatto un evento insolito. Il senso di colpa per essere come siamo è alla base dell’autocritica e alla base del perfezionismo e della ricerca di standard elevati. Dov’è il confine tra una sana capacità di miglioramento e la persecuzione? Credo che il confine stia proprio nel perdono. E spesso le cose che non riusciamo a perdonarci sono errori che non potevamo evitare perché non conosciamo il futuro

Il rimprovero guardando indietro

Una volta che gli eventi si sono verificati possiamo vedere il processo e ipotizzare le soluzioni alternative: perché sappiamo qualcosa che prima non sapevamo. Sappiamo come è andata a finire. E voi non avete idea di quante persone si tormentino per un errore che non sapevano di compiere e che, quindi, non potevano evitare. Perché, alla fine, non ci perdoniamo errori che errori non sono: non ci perdoniamo scelte che hanno avuto brutte conseguenze. Conseguenze che non potevamo conoscere prima.

È la nostra forza di carattere che ci fa credere di avere il potere – e anche il dovere – di orientare il nostro destino e quello altrui. Così possiamo non perdonarci di non esserci stati proprio nel momento in cui il nostro amato moriva, anche se eravamo con lui giorno e notte e in quel momento eravamo andati a comprargli le medicine. Possiamo non perdonarci di non aver impedito di uscire a nostro figlio la sera dell’incidente. E quella mancanza di perdono ha una forza piena di energia, l’energia del carattere di quella persona. Ma quella mancanza di perdono spesso rischia di diventare un macigno sulla nostra vita e sulla vita di chi abbiamo accanto

Le qualità della mente originaria: Upekka e Metta

L’accettazione è uno dei temi caldi della pratica: suscita dibattito e ribellione. A volte anche il fraintendimento di pensare che l’accettazione non sia altro che una forma di rassegnazione. Non lo è affatto. Accettazione è stare di fronte a quello che è accaduto – che è già accaduto – con tutto il dolore che comporta, senza entrare nella spirale di pensiero negativo dal titolo ” Se avessi fatto qualcosa di diverso”. Ci vuole coraggio per non sostituirsi al creatore del mondo e stare di fronte agli eventi nudi e crudi. Con le proprie responsabilità ma, anche, con la nostra impotenza e con la consapevolezza che non tutto dipende da noi, che non possiamo dare forma e corpo agli eventi. La pratica di Upekka – la pratica di equanimità – diventa in questo caso il primo passo verso il perdono. Parleremo dell’equanimità la prossima settimana ma vorrei introdurre un passaggio che lega Upekka, l’equanimità, alla gentilezza amorevole di Metta.

L’equanimità – ossia la mente che rimane stabile – non può trovare stabilità senza gentilezza affettuosa. Abbiamo bisogno di un senso di cura per poter arrivare all’equanimità. E, in questo caso, equanimità significa rendersi conto di tutti gli elementi nel gioco delle cose, di tutte le responsabilità delle persone coinvolte, liberando se stessi dal totalitarismo che ci fa pensare che la responsabilità e la colpa siano tutte nostre.  La gentilezza amorevole ci permette di incontrare il dolore e di offrirgli compassione. L’equanimità è l’equilibrio tra la compassione, la gentilezza amorevole e la gioia compartecipe ma è anche quella che ci può aiutare nella strada – complessa e dolorosa – dell’accettazione di ciò che è accaduto. Ci impedisce di cadere nell’eccesso, ci mantiene saldi. L’equanimità lega le altre tre qualità della mente originaria insieme.

La gentilezza e l’accettazione

Accettare quello che accade nella nostra vita non è facile. A volte sembra impossibile. Ci sono dolori così grandi e così orribili che ci sembra di essere più che autorizzati a rifiutare. Strano a dirsi il tema del rifiuto dei dolori inaccettabili è più forte nelle persone non direttamente coinvolte che in quelle che sono in mezzo alla tempesta. Ho seguito dei genitori che avevano avuto un figlio rimasto gravissimamente cerebroleso dopo un incidente. Una adolescenza spezzata. Eppure, per loro, il dolore più grande è stata, anni dopo, la sua morte. Tutta la fatica delle cure domiciliari e ospedaliere continue non era importante: perché avevano accettato, in maniera fuori dall’ordinario, quello che era successo, senza recriminazione. La loro forza di carattere era tutta lì: in quella mancanza di recriminazione. Non ci si arriva subito: è un percorso che smussa gli angoli del cuore e gli spigoli del carattere. A volte, quando li ascolto, mi viene da piangere per quel lutto così profondo. Mi viene da piangere anche perché, di fronte al dolore, tutto prende un’altra dimensione. Una dimensione più autentica, che sarebbe il caso di avere sempre.

Così, dopo aver accettato, cosa possiamo fare di più nobile e utile se non la pratica della gentilezza. Quell’augurio che la nostra mente sia libera dalla sofferenza e che il nostro carattere sia aperto alla vastità del cuore?

© Nicoletta Cinotti 2018 Cambiare diventando se stessi

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