La grazia e la salute dipendono dall’equilibrio tra l’ego e il corpo, tra la volontà e il desiderio. Alexander Lowen

È difficile che uno psicologo si avventuri nel territorio della grazia: troppo legato alla spiritualità da una parte e troppo legato all’estetica dall’altro. Eppure Lowen, negli ultimi anni della sua vita, decise che questo era proprio il punto che ci permetteva di valutare la salute emotiva di una persona. Un discorso solo apparentemente tardivo che, invece aveva radici lontane nel suo pensiero. Radici legate a Paura di vivere e al Il piacere.

Fluire o sforzarsi?

Lowen si occupa dell’approccio al corpo a partire dalla sua esperienza reichiana ma anche dalla sua formazione iniziale come insegnante di Educazione fisica. Ero uno sportivo e conosceva bene la sensazione di piacere legata al movimento fisico e la sensazione di sforzo che poteva distruggere il piacere. Era consapevole che c’è un aspetto del piacere che è legato al fluire delle sensazioni e alla fluidità del movimento. Le nostre tensioni muscolari difensive rompono questa fluidità e tolgono grazia al nostro movimento.

Quando un’attività ha la qualità del fluire appartiene all’essere. Quando ha la qualità dello spingere appartiene al fare. […] Un’attività che per essere svolta richiede una pressione è dolorosa perché […] impone uno sforzo cosciente grazie all’uso della volontà. Alexander Lowen

Per spiegare questo concetto Lowen fa riferimento al Taoismo e all’equilibrio tra yin e yang. Lo Yang rappresenta una forza che agisce dall’alto e lo Yin una forza che agisce dal basso. Nella nostra vita potremmo dire che lo Yang è ciò che è mosso dalla nostra volontà, mentre lo yin è ciò che è mosso dalla nostra interiorità. Nella vita cerchiamo continuamente un equilibrio tra un movimento che nasce dal desiderio e un movimento che nasce dalla volontà . I movimenti che nascono dalla volontà possono velocemente metterci sotto stress perchè il limite non è stabilito dalla sensazione fisica ma dal raggiungimento dell’obiettivo. I movimenti che nascono dal desiderio possono essere ostacolati dal dato di realtà e quindi diventare essi stessi una fonte di frustrazione o alimentare caratteristiche illusorie.

Allora come possiamo fare incontrare volontà e desiderio?

Far incontrare volontà e desiderio

Questa immagine è tratta dall’articolo di State of Mind The Flow esperience: la prestazione che genera gratificazione e positività Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2015/11/flow-experience-prestazione-perfetta/

Forse conoscerete anche voi la storia del millepiedi. Camminava benissimo fino a che un giorno incontrò un ragno che gli chiese come facesse a muovere tutti i piedi in sincronia. Volendoglielo spiegare il millepiedi non riuscì più a camminare. Ecco la grazia – come il fluire – è un po’ così. È una esperienza che sappiamo riconoscere ma non sappiamo spiegare. Anzi quando la dobbiamo spiegare rischia di non esserci più. Potremmo dire che è l’esperienza della volontà e del desiderio che si incontrano: la sensazione di poter essere totalmente immersi in quello che stiamo facendo, in modo così pieno e piacevole che i nostri limiti abituali vengono trascesi. Quella è la grazia di cui parla Lowen e che, per lui, ha sempre una radice nel corpo. È definita da un Io al servizio del Sè, in dialogo con la realtà.

Complicato o ideale?

In realtà sono in molti che si sono occupati di questo stato di flusso. Il più importante di tutti è stato Csikszentmihalyi (1975) che fu attratto inizialmente dal comportamento di resilienza mostrato dagli artisti quando avevano la sensazione che il loro lavoro stesse andando bene. In questi casi potevano continuare a lavorare dimenticando la fame e la sete, spinti da una motivazione intrinseca che andava al di là del senso di fatica. Stessa esperienza possiamo trovarla negli sportivi durante le loro performance migliori. Se è vero che dietro ci possono essere molte ore di allenamento, è vero che le migliori prestazioni avvengono in questa condizione di flusso. E che lo stress e i traumi interrrompono questo stato di flusso

Tutti però possiamo sperimentarla e, come mostra il diagramma di Csikszentmihalyi, è una condizione in cui l’umore sostiene una esperienza di benessere, e le nostre funzioni vitali sono al servizio dell’espressione del potenziale.

Fin qui le buone notizie: e quando la perdiamo?

Se è vero che tutti noi possiamo avere avuto questo tipo di esperienza è altrettanto vero che sappiamo bene com’è quando non l’abbiamo. Sono le giornate storte, in cui tutto sembra andare contro corrente e anziché avere l’Io al servizio del Sè navighiamo con mari di traverso e venti al contrario.

Cosa succede in quelle situazioni? È un insieme di elementi. Proviamo ad elencarli:

Quindi possiamo dire che perdiamo la grazia quando andiamo troppo nella direzione della perfezione oppure quando proviamo vergogna per i nostri risultati.

Possiamo fare la strada inversa: dalla vergogna alla grazia!

Sono davvero poche le persone che non conoscono la vergogna: non conoscerla comunque non è una buona notizia. La vera buona notizia è come possiamo fare quando la vergogna arriva nel panorama emotivo. Intanto bisogna dire che la vergogna ha due effetti principali: produce frammentazione corporea e ritiro.

La vergogna e l’imbarazzo ci fanno passare da una sensazione di fluidità ad uno stato in cui ogni movimento, anche piccolo, sembra scorrere su una ruota dentata. Vorremmo scomparire dalla situazione in cui ci troviamo prima possibile e anche semplicemente ripensare all’episodio che abbiamo vissuto ci fa sentire male. Ci sono situazioni in cui ho provato vergogna che sono in grado di imbarazzarmi anche a distanza di anni!

Il ritiro e l’evitamento sembrano la soluzione migliore: non lo sono. Il ritiro sottrae le risorse di consolazione, amicizia e sostegno che provengono dagli altri. Così, quando arriva la vergogna, è importante prendersene cura e immaginare che, respiro dopo respiro, si sciolga come neve al sole, come burro al sole. Non saranno i rimproveri a farla andare via: sarà il respiro e la compassione nei nostri confronti a farla scorrere. Sarà invertire l’evitamento e il ritiro a farci riprendere contatto con la nostra grazia. Sì perchè la grazia non è assenza di errore: la grazia è assenza di giudizio.

Torniamo nel Paradiso terrestre

Quando Eva convinse Adamo ad assaggiare il frutto dell’Albero del Bene e del Male le cose cambiarono parecchio per loro. Potremmo dire che compresero di essere nudi – e questo è l’ingresso dell’esperienza della vergogna nella nostra vita – e iniziarono a suddividere ciò che conoscevano in Bene e Male – cioè iniziarono a giudicare. Sono questi i due sentimenti che ci spingono fuori dal paradiso terrestre: l’esperienza della vergogna e l’esperienza del giudizio. Perchè in entrambe le situazioni non siamo più immersi in ciò che stiamo vivendo ma la guardiamo dall’esterno, con gli occhi degli altri.

E, soprattutto, iniziamo a pensare che quello che è successo – più o meno grave che sia – abbia lasciato inevitabilmente una macchia indelebile su di noi, che non ci sia nessun battesimo che può restituire la nostra innocenza primitiva. Viviamo la perdita del Paradiso terrestre infinite volte nella nostra vita.

In realtà tornare nel paradiso è possibile non ripristinando una perfezione che non ci appartiene, non ritraendosi di fronte alla nostra, inevitabile, imperfezione e alla nostra vulnerabilità. Rendendole, piuttosto, segni del nostro essere nel mondo.

Ritornare all’integrità

Ci sono tante ragioni per cui cerchiamo la perfezione. Forse ci affascina l’impressione di completezza. Forse ci fa credere che sia una strada per tornare al paradiso perduto

Così se non possiamo vivere una vita autentica vogliamo avere almeno una vita perfetta. Ci sembra più raggiungibile, tutto sommato. Per la perfezione abbiamo anche qualche modello da seguire. Se vogliamo un corpo perfetto possiamo seguire indicazioni di fitness e salutistiche. Se vogliamo un compagno/a perfetto possiamo fare una lista delle caratteristiche necessarie. Se vogliamo un lavoro perfetto possiamo costruirci un curriculum adatto e poi mettersi alla ricerca.

Tutta questa impresa di perfezione è rassicurante: sappiamo qual è il punto di arrivo. Magari non ci arriveremo mai ma potremo sempre misurare quanto siamo distanti dal punto in cui siamo, alla perfezione.

Essere noi stessi invece è un’altra cosa. Significa fare spazio ai graffi e al dolore, così come alla gioia. Significa avere una mappa più interna che esterna. Significa considerare che brutto e bello ne faranno parte e considerare ogni momento la nostra destinazione. Significa imparare da ogni cosa. Significa, in una parola, cercare la grazia e non la perfezione. Quella grazia che arriva quando siamo tutti interi in ciò che facciamo.

Per essere grande sii intero: non esagerare. E non escludere niente di te. Sii tutto in ogni cosa. Metti quanto sei nel minimo che fai, come la luna in ogni lago tutta risplende perché in alto vive. Pessoa

Ridurre la frammentazione

Essere interi è una sfida: è una sfida perchè non passa dal nascondere i propri errori e alimentare quindi la vergogna. Nasce dall’essere autentici senza esagerazione, come dice Pessoa. Nasce dal non nascondere quello che siamo agli altri e tanto meno a se stessi. Anzi soprattutto a se stessi. Questo è il recupero della grazia

Abbiamo spesso la sensazione che alla nostra vita manchi qualcosa. Attribuiamo questa sensazione alla caduta dal Paradiso terrestre, che a volte è l’infanzia, a volte un ideale da raggiungere e realizzare. Quello che manca, molto spesso, siamo noi. Manca la nostra voce, manca la fiducia di esprimerla e realizzarla. La fiducia di rischiare di essere chi siamo. Manca la grazia di essere se stessi.

Per ridurre la frammentazione che deriva dal vivere protetti da una maschera e da una armatura non abbiamo bisogno di andare lontano. Abbiamo bisogno di intimità con noi, di fiducia e di un gruppo con cui coltivare il nostro essere così come siamo. Perchè il Paradiso, come la grazia, non sono esperienze solitarie ma esperienza condivise.

Diventare adulti completi

Essere adulti completi non vuol dire essere perfetti, vuol dire smettere di scappare da se stessi e tornare davvero a casa. La nostra fuga nasce dalla paura che, se ascolteremo la nostra voce interiore, diventeremo dei falliti come dice Bukoswki ne L’uccello azzurro. Eppure, per quanto la mettiamo a tacere, questa piccola voce interiore salta fuori e chiede ascolto.

C’è chi dice che è la voce dell’anima. Io non lo so se è la voce dell’anima e anima è un’altra parola molto difficile che forse a volte splende e a volte taglia. A me piace quello che dice Jon Kabat Zinn:

La sfida, per ognuno, sta nello scoprire chi siamo e nel vivere la vita a nostro modo, seguendo quel richiamo. Possiamo realizzare questo progetto facendo molta attenzione a tutti gli aspetti della vita, così come si dispiegano nel momento presente. E ovviamente nessun può fare questo per noi così come nessuno può vivere al posto nostro la nostra vita: nessuno, ovviamente, eccetto noi stessi.

© Nicoletta Cinotti 2018

Eventi correlati

Ritiro di Bioenergetica e Mindfulness, A scuola di grazia e non di perfezione, 27 – 29 Aprile 2018, Giaiette Genova

Bibliografia di riferimento

Lowen A. La spiritualità del corpo

Lowen A. Paura di vivere

Lowen A. Il piacere

Parker P. Le regole della libertà

Cinotti N. Destinazione mindfulness 56 giorni per la libertà

 

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